Giornalismo, Self-publishing e Crowd-funding

Ritorno su un tema caldo, quello del self-publishing, una delle tendenze forti del mondo ebook, goloso bottino per tutti i distributori.
Se associamo il self-publishing al giornalismo il gioco si fa ancora più complicato: sono molti gli editori dell’informazione che lo temono come una minaccia.

Tempo fa avevamo discusso del Kindle Singles pubblicato da Marc Herman, reporter americano corrispondente dalla Spagna che aveva scritto un reportage sulla Libia. Ora vorrei presentarvi due casi italiani simili, entrambi legati al crowdfunding.
Il primo caso è più datato e noto, è quello di Claudia Vago, @tigella su twitter, che grazie a Produzione dal basso, la prima piattaforma italiana di crowdfunding per data di creazione, è andata a Chicago per raccontare occupychicago e dal 29 aprile 2012 ha prodotto un live reporting attraverso questo blog.

Il secondo caso è invece pù recente e riguarda Andrea Marinelli, giornalista d’origine perugina, che con l’aiuto di un’altra piattaforma di crowdfunding italiana Kapipal è riuscito a passare gli ultimi mesi negli States raccontando la corsa verso le ormai imminenti Presidenziali Americane. Da questa esperienza ha prodotto un blog, molti articoli ripresi dalle principali testate italiane e un libro pubblicato di recente, anche in formato digitale, attraverso Amazon dal titolo L’Ospite. Pullman, divani e autostop all’inseguimento delle elezioni americane con la prefazione di Massimo Gaggi.

Casi che testimoniano come il self-publishing sia una buona strada per il giornalismo freelance, ma soprattutto come il crowdfunding stia avendo una crescita costante anche in Italia. Recentemente si è dedicato un evento a Roma, CrowdFuture. Inoltre si scopre che il finaziamento dal basso è presente tra i diversi temi di rilancio per lo sviluppo nel decreto Crescita 2.0: “raccolta di capitali di rischio tramite portali on line e altri interventi di sostegno per le start-up innovative”.

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Lettori e Autori: tecnologie digitali che favoriscono il long-form journalism

La novità delle settimane scorse in fatto di long-form journalism è stata senz’altro la nuova app di Longreads. Un’applicazione che ti permette di archiviare e leggere l’enorme quantità di articoli lunghi che vengono pubblicati in rete dai maggiori quotidiani e magazine e aggregati per l’appunto da Longreads.

Sembra dunque una scelta naturale a seguito di una già forte complementarità tra questo aggregatore e le varie applicazioni desktop e mobile di lettura posticipata quali in Instapaper, Read it later e Readibility.

Sul versante del lettore e della content curation troviamo quindi questa nuova disponibilità che si somma alle app già affermate e sopracitate, ma anche all’evoluzione mobile dei feed rss: Pulse, Zite e Flipboard (soprattutto la sezione Cool Curators) e a nuovi strumenti per piattaforme di blogging come il plugin Read it later per WordPress.

In fatto di strumenti per gli autori invece segnalo a distanza come l’avvento di iBooks Author abbia rappresentato un’ulteriore fronte sul campo di guerra tra i big Amazon ed Apple in relazione all’editoria digitale. Entrambi ora hanno a disposizione piattaforme per la creazioni di contenuti con formati proprietari da veicolare attraverso i propri store Kindle e Ibooks e da far fruire sui propri dispositivi mobili tablet ed ereader. IBooks author, viene presentato come strumento per favorire contenuti a livello didattico, ma riecheggia anche in qualche tweet come ottima possibilità per il giornalismo (come pure in maniera più strutturata e premeditata la sezione Kindle Singles del Kindle store).

Un altra novità e forse anche la più interessante è arrivata da The Atavist, non dai big. Come editore nativo digitale e multimediale già attivo da un anno ha pensato di rendere disponibile a terzi la propria piattaforma di gestione dei contenuti chiamata Periodic Technology, che permette di produrre ebook per diverse piattaforme di distribuzione, in particolare su Kindle, Nook, Kobo e iBooks.


Marc Herman e il self-publishing giornalistico

Marc Herman, giornalista dell’Atlantic, ha appena inaugurato un blog nel quale tratta il rapporto tra giornalisti, autopubblicazione ed ebook.

Herman è un reporter che scrive articoli di giornalismo narrativo su vari fatti e ha appena pubblicato un Kindle Single intitolato The shores of Tripoli.
Nel blog l’autore approfondisce e argomenta vari aspetti sulla condizione professionale del reporter, sulla figura degli editor, spesso non all’altezza o concentrati sulla politica di vendite delle riviste. Il suo scetticismo sul trattamento che riceve dall’industria editoriale lo porta a raccontare la sua scelta di autopubblicarsi e di sfruttare le possibilità date dalle nuove piattaforme di vendita e di lettura dell’era digitale anche da parte dei giornalisti.

Riporto qui sotto alcuni passi dai suoi post che ho trovato fondamentali per capire come si sta configurando il rapporto tra giornalismo ed ebook.

La scelta di pubblicare un Kindle Singles;

The Kindle Single was my agent’s idea. Amazon provided an experienced editor who offered notes and a copy editor who checked the grammar and usage, and hired a designer to make the cover. This proved, in my case, a workable middle option. It was a way to tell the story in a way that reminded me of magazine journalism, but avoided the intense competition for the attention of a handful of editors in the traditional press who still buy this sort of work.

La possibilità di creare un team di professionisti autonomi;

My suspicion is that the one-man-band approach I’ve taken in writing a Kindle Single — one reporter, doing everything — will evolve into small teams of independent journalists working collaboratively, and sharing income.

Questa settimana anche Giuseppe Granieri parla del self-publishing e del nuovo e delicato ruolo dell’editore in un epoca in cui gli autori e i lettori sono sempre di più i poli del mondo editoriale.

Self-publishing e Long-Form Journalism: possibili proiezioni di vendita

Una delle opportunità più interessanti e innovative apportate dall’era ebook è stata senz’altro l’autopubblicazione e la nascita di strumenti per farlo in modo serio e semplificato.

Il caso Amanda Hocking è stato il più celebre. Si è parlato molto di questi autori che sono riusciti a vendere migliaia di copie (nel gennaio 2011 il picco: circa 100.000) dei propri romanzi e racconti distribuiti tramite il Kindle Store (Nel numero 915 di Internazionale viene riportato dal New York Times un ritratto della scrittrice). In genere i successi sono stati perlopiù romanzi fantasy, sulla scia delle storie mainstream di vampiri e altri fenomeni soprannaturali.
Come sul versante fiction, anche su quello della non-fiction le opportunità sembrano replicarsi: penso in particolar modo alla manualistica, alla saggistica e anche al giornalismo.

Come riporta il The Observer sembra che, anche per i giornalisti, sia più remunerativo autopubblicarsi piuttosto che firmare contratti con gli editori. In particolare si ipotizza che se lo scrittore americano Michael Lewis avesse optato la via del self-publishing scegliendo la politica di royalties avanzata dai nuovi editori digitali dedicati al long-form journalism come The Atavist e Byliner, la situazione sarebbe stata ancora più vantaggiosa in termini di revenue:

It’s reasonable to assume his current contract at Vanity Fair improved on that: a conservative estimate would be that Michael Lewis earns something like $60,000 for every Vanity Fair article. But let’s say Michael Lewis decides to publish “No Hitter” as an e-book instead of a Vanity Fair article. Given that sales of Mr. Lewis’ The Big Short have now surpassed 475,000 units—and that’s the $27.95 hardback version—it’s reasonable to assume he could sell 250,000 copies of an e-single at $1.99. His take would approach $175,000 at Byliner and Atavist’s rates, for a long magazine article.

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