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Buon proseguimento!

Stadio della Roma: punto di svolta per i club (Diego Tarì)

Ultimo Stadio

Negli ultimi anni il tifoso di calcio ha imparato a familiarizzare sempre di più con ragionamenti che esulano dal campo da gioco. Pareggio di bilancio, Fair play finanziario, diversificazione dei ricavi: alzi la mano chi, fino a solo 10 anni fa, aveva sentito aleggiare queste cose frequentando lo stadio al seguito della propria squadra del cuore.

E invece anche il calcio, come tutte le “industrie”, deve fare i conti con questi aspetti. La nostra serie A, tanto per dirne una, è composta da squadre che hanno dai fatturati che partono dai 25 milioni di euro delle neopromosse per superare i 300 milioni delle più grandi. Numeri importanti, specialmente all’interno di un tessuto economico nazionale composto per il 95% da piccole e medie imprese. Numeri che dovrebbero essere gestiti con le logiche proprie di un’azienda.

Come troppo spesso accade in Italia, anche nel calcio abbiamo aspettato di essere sul ciglio del burrone per prendere i provvedimenti necessari a non cadere. E così, invece di programmare per tempo un percorso virtuoso (o, detto in altri termini, meno da “cicale”), abbiamo atteso che i “paròn” del calcio, i presidenti-mecenati, esaurissero le proprie disponibilità o, comunque, vedessero fortemente dimensionate le proprie capacità di foraggiare un sistema in costante deficit strutturale.

Poche le mosche bianche in questo panorama: si salva l’Udinese (con il suo modello fatto di costi contenuti e proventi da calciomercato derivanti da forti investimenti sullo scouting internazionale), in parte la Lazio (che alterna utili di esercizio con perdite, sempre abbastanza contenute) e fino al 2013/14 il Napoli, capace di inanellare risultati economici positivi nonostante una crescita di quelli sportivi. Ma anche il Napoli, con questa stagione, entra a far parte di quel novero di squadre definite “grandi” (Inter, Juventus, Milan e Roma, in rigoroso ordine alfabetico) per le quali il mancato accesso al girone di Champions League si trasforma automaticamente in una perdita di bilancio. E, spesso, anche la partecipazione alla massima competizione UEFA non consente in realtà che una mitigazione delle perdite.

Grafico squadre

In questo contesto le azioni da intraprendere sono volte alla riduzione dei costi fissi (in particolare ingaggi ed ammortamenti dei calciatori) ed alla famosa diversificazione dei ricavi.

Già, perché se in realtà i costi possono essere aggrediti abbastanza facilmente, questa leva porta inevitabilmente a dover fare a meno dei calciatori più prestigiosi, abbassando il livello medio della nostra massima competizione.

Sul lato dei ricavi, che invece potrebbero strutturalmente consentire di pagare costi più elevati, però, i risultati non arrivano immediatamente: si tratta di un percorso di medio periodo, i cui effetti arrivano pian piano e non sono neanche scontati. La nostra serie A, non è un mistero, dipende in maniera eccessiva dai diritti televisivi nazionali. Pochi i proventi di natura commerciale (sponsorizzazioni), pochi quelli da stadio (biglietteria e abbonamenti) e pochi, infine, anche quelli dal famoso merchandising.

Qualche segnale si sta vedendo, grazie anche all’arrivo di investitori stranieri che portano con loro un approccio molto più commerciale alla gestione di una squadra di calcio. Si parla di “brand”, di una modalità nuova attraverso la quale vendere un prodotto che ruota intorno ad un marchio. Non è un caso che poco dopo l’acquisto della Roma il soci di maggioranza americani abbiano voluto cambiare il logo della squadra, per mettere maggiormente in evidenza il richiamo alla città di Roma, probabilmente uno dei brand più famosi al mondo. Una cosa simile, del resto, è stata fatta anche in Francia: nel logo del PSG la caratterizzazione locale (“Saint-Germain”) è stata di fatto abbandonata per mettere in evidenza la città di Parigi.

Una delle chiavi per la costruzione di un nuovo “brand” è, indubbiamente, la possibilità di avere una casa propria. Uno stadio utilizzato in esclusiva, disegnato per poter massimizzare le possibilità di sfruttamento commerciale, di visibilità degli sponsor, di offerta sul mercato anche televisivo. Il binomio fra la squadra e l’impianto diventa così uno strumento estremamente utile per potersi presentare sul mercato ed ottenere una crescita del proprio fatturato, sia diretto (le famose “matchday”), sia indiretto.

Attualmente solo la Juventus ed il Sassuolo giocano all’interno di un loro stadio. L’Udinese ha iniziato i lavori nell’estate 2013 e dovrebbe concluderli entro 12 mesi. La Roma ha presentato il proprio progetto a marzo 2014 e recentemente anche la Fiorentina è uscita allo scoperto. Tutte le altre squadre, per il momento, sono silenti.

Da qui è partita, negli ultimi anni, quell’accelerazione del dibattito sulla legge in materia, che dopo tanto tempo ha portato ed una prima formalizzazione nel dicembre 2013, inserita all’interno della legge di Stabilità. Se ne sono sentite di tutti i colori in questi anni. Sembrava quasi che ci fossero decine di Presidenti pronti a muovere con investimenti importanti per poter far contenti i propri tifosi e costruire un nuovo stadio.

Poi, però, soldi veri se ne sono mossi ben pochi.

La scusa ufficiale, propagandata da più parti, risiedeva nell’eccessiva burocratizzazione del percorso amministrativo per arrivare alla costruzione di uno stadio. Nessun investitore potrà mai accettare di dover tenere dei capitali bloccati per anni, in attesa che lacci e lacciuoli dei vari Enti che devono deliberare in merito al processo autorizzativo si pronuncino.

Intendiamoci, è tutto vero. Ciascuno di noi sa che la burocrazia è un “problema” della nostra Nazione.

Quello che lascia perplessi, però, è che questo aspetto, almeno da dicembre 2013, non esiste più. Il legislatore è infatti intervenuto in maniera importante per risolvere questo rischio, disegnando un percorso “speciale” di approvazione dei progetti relativi agli impianti sportivi che dovrebbe consentire di iniziare i lavori entro 6/8 mesi dalla data di presentazione del progetto al Comune che deve ospitare l’impianto.

Per ora l’iter è stato attivato dalla Roma (a marzo 2014, con una presentazione al Campidoglio) e dalla Fiorentina, che però non è ancora chiaro se abbia presentato un progetto definitivo ovvero una versione preliminare per “sondare il terreno” e capire che aria tira.

E gli altri progetti? La folla di presidenti pronti ad investire per assicurare un futuro radioso alla propria squadra dov’è finita?

È finita, per il momento, ad attendere ciò che accadrà a Roma.

Stadio Roma

Perché c’è un piccolo dettaglio che spesso viene trascurato quando si vuole creare consenso a favore di un progetto di un nuovo stadio: la sua costruzione costa.

E per evitare che i costi, come un boomerang, finiscano per affossare la società anziché portarle un beneficio, occorre che l’investimento diretto del promotore sia il più elevato possibile, contenendo i finanziamenti bancari se possibile entro una soglia del 30/40% del costo complessivo del progetto. Ergo: ci va messo, in contanti, circa il 70% del valore complessivo dell’investimento, che per gli impianti più grandi può andare dai 150 milioni dello Juventus Stadium fino ai 300 milioni dichiarati dalla Roma per il suo progetto (i valori includono ovviamente i costi degli impianti ma anche tutto il corollario necessario in termini di interventi urbanistici sul territori, vie di comunicazione, parcheggi, ecc.).

E allora la frase magica diventa una ed una sola “pubblica utilità”.

Solo quegli interventi che possano essere definiti di “pubblica utilità” hanno accesso alle agevolazioni della vigente legislazione. Che non si limitano al percorso agevolato introdotto nel dicembre 2013, ma vanno ben oltre.

Ci portano ad un’altra parola magica: “compensazioni”.

Le “compensazioni” sono previste dal nostro ordinamento per favorire la realizzazioni delle opere di pubblica utilità. Queste, per loro natura, potrebbero non garantire un sufficiente equilibrio economico e finanziario e allora lo Stato prevede che al promotore possano essere concesse delle agevolazioni per riuscire ad ottenere, attraverso altri investimenti, quegli utili e quei flussi di cassa che rendano complessivamente conveniente il progetto. Ad esempio ciò può accadere mediante varianti ai piani regolatori che rendano edificabili aree che non lo sono, portando alla realizzazione di complessi di natura residenziale o commerciale (es. centri commerciali) dalla cui costruzione e vendita il promotore possa ottenere dei benefici che compensano il costo di realizzazione dello stadio.

Ciò che sta accadendo a Roma è proprio questo. Il progetto di costruzione dello stadio, che vale circa 300 milioni di euro, si innesta all’interno di un’iniziativa di sviluppo immobiliare di un’intera area il cui valore (incluso lo stadio) dovrebbe avvicinarsi al miliardo di euro. Pallotta ha già riscontrato l’interesse di investitori specializzati (uno su tutti, la Starwood Capital) che sono entrati nell’azionariato della controllante della AS Roma proprio perché interessati a cofinanziare il progetto complessivo, del quale lo stadio è solo una parte.

Il dibattito in Comune verte anche su questo: possiamo legittimamente considerare il progetto del Nuovo Stadio della Roma come “di pubblica utilità” in modo da estendere i benefici burocratici e le compensazioni all’intero progetto di sviluppo immobiliare?

Cioè a dire: è chiaro che non si può chiedere ad un investitore di perdere dei soldi realizzando solo lo stadio (ma non erano la panacea di tutti i mali?), però qual è il punto di equilibrio fra il favorire un’iniziativa privata (con i suoi risvolti indubbiamente positivi in termini di posti di lavoro generati e riqualificazione di un’area geografica) ed il rischio che lo stadio sia utilizzato come “cavallo di Troia” per iniziative immobiliari che vadano troppo al di là del concetto di “pubblica utilità”?

L’esito del percorso istituzionale sul progetto dello stadio della Roma sarà sicuramente fondamentale. Per la squadra capitolina, ma anche per l’evolversi del dibattito sugli stadi.

Ancora Bitcoin: rischi e potenzialità della moneta digitale

Ormai la sua circolazione e diffusione non è più una novità, almeno per gli addetti ai lavori, eppure di Bitcoin, la moneta digitale inventata in Giappone cinque anni fa e sempre più spesso utilizzata per le transazioni online, si continua a parlare in termini contraddittori dentro e fuori la Rete.

Nello scorso dicembre, noi di Informant siamo stati i primi a cercare di fare chiarezza su un fenomeno di cui allora si sapeva ancora molto poco, almeno in Italia, pubblicando l’ebook Affare Bitcoin di Gabriele De Palma. De Palma, firma molto apprezzata nel mondo della tecnologia (ha cofondato, tra le altre cose, l’agenzia giornalistica EffeCinque insieme a un’altra nostra autrice di peso come Carola Frediani) affronta le implicazioni di un sistema complesso e ne ripercorre le vicende regolamentari più significative. Senza tralasciare tutti gli aspetti informatici che orbitano attorno alla cripto-moneta come p2p, blockchain, rischi dell’anonimato, data mining e wallet, l’autore espone infine diverse tesi sull’identità nascosta del suo ideatore Satoshi Nakamoto.

Affare Bitcoin di Gabriele De Palma

Affare Bitcoin di Gabriele De Palma

Secondo De Palma, Bitcoin scorre come un fiume carsico per affiorare sempre più spesso nella vita di tutti i giorni: e-commerce (i nostri amici di Quintadicopertina ne hanno appena reso possibile l’utilizzo per acquistare il loro ultimo ebook) bancomat fisici (a proposito, l’ultimo è stato inaugurato proprio in Italia, a Roma, meno di un mese fa), esercizi commerciali che lo accettano. Ma prima di sposare senza condizionamenti la tesi di chi la dipinge come «moneta del futuro», ammonisce, dobbiamo vagliarne bene potenzialità e pericoli. Entrambi sono stati evidenziati da alcuni avvenimenti degli ultimi giorni.

Sul fronte delle potenzialità, c’è da segnalare il rinnovato interesse del mondo della finanza globale per Bitcoin, dopo un lungo periodo di diffidenza. In Italia, a partire da metà giugno, a investire pesantemente è stata la finanziaria Xlab, partecipata al 50 per cento da Davide Luigi Berlusconi, nipote dell’ex premier Silvio e figlio di Paolo, editore del Giornale che forse non a caso da circa un mese ha aperto al pagamento degli abbonamenti tramite la nuova criptomoneta. Negli Stati Uniti, invece, il recente sequestro di quasi 30 mila Bitcoin (circa 26 milioni di dollari al cambio attuale) a Silk Road, un cyber cartello criminale, ha permesso a Vaurum, una startup della Silicon Valley, di acquisirli a un’asta giudiziaria per mettere in circolo la massa monetaria necessaria a mantenere liquida l’economia Bitcoin. «Se ci riusciranno», ha scritto l’economista Fabio Scacciavillani sul Fatto Quotidiano dello scorso 16 luglio, «a Vaurum sarà dedicato un paragrafo nei libri di storia».

Anche le incognite, però, restano e non vanno affatto sottovalutate. Secondo l’Uif, l’ufficio antifrodi di Bankitalia, la forte volatilità della quotazione del Bitcoin amplificherebbe i rischi di manovre speculative ai danni dei risparmiatori. Mentre il procuratore generale di Roma, Luigi Ciampoli, proprio pochi giorni fa ha sottolineato il rischio che la moneta virtuale possa venire utilizzata come strumento per ripulire il denaro sporco o per finanziare in maniera occulta varie forme di criminalità, terrorismo internazionale compreso, auspicando interventi normativi che diano certezza di tracciabilità e chiarezza di identificazione di tutte le persone coinvolte in operazioni di trasferimento. Anche di questi rischi, e degli strumenti per contrastarli, si occupa l’ebook di Gabriele De Palma, una lettura utilissima per chi volesse capirne di più.

Amazon Unlimited e gli ebook in streaming

Carta contro digitale, libro contro ebook, il profumo dell’inchiostro contro lo schermo retroilluminato, le librerie contro gli store virtuali: la presunta contrapposizione tra modelli di lettura resta uno dei temi più caldi del dibattito culturale. Sull’argomento noi di Informant abbiamo già detto la nostra, ripetutamente e chiaramente: non c’è, o almeno non dovrebbe esserci, alcuna contrapposizione tra i due mondi. Al contrario, più che di rivalità sarebbe corretto parlare di terreno ideale per sperimentare nuove forme di contaminazione, come abbiamo già provato a fare inaugurando una partnership con Open Milano  (trovate qui i dettagli) che in futuro riserverà ulteriori sorprese.

Con le dovute proporzioni, è quello che sta accadendo anche oltreoceano, dove sul fronte crossmediale si sono registrate nei mesi scorsi diverse novità che hanno fatto discutere. La prima, un vero e proprio ponte tra editoria tradizionale e digitale, è il servizio lanciato alla fine del 2013 da due startup statunitensi, Scribd e Oyster, che hanno trovato un accordo con le case editrici per offrire in abbonamento mensile e in versione digitale tutti i loro titoli. Qualcuno lo ha ribattezzato «il Netflix dei libri» e il paragone regge, se non altro perché, proprio come accaduto con i film e le serie tv proposte in streaming dal popolare portale canadese, ha contribuito ad alimentare il dibattito in termini di heritage: quanto indotto, insomma, si crea su vendite fisiche e reputation dei cataloghi «fisici» una volta svanita la loro fruizione virtuale? Cifre ufficiali non ne circolano ancora, ma che il business sia promettente lo prova il fatto che, proprio la scorsa settimana, anche un colosso come Amazon abbia deciso di tuffarsi nel business.

Il gigante della vendita al dettaglio via internet entra in gara con un suo abbonamento mensile per la lettura senza limiti sul proprio reader Kindle. Una scelta di campo che potrebbe minacciare, in prospettiva, la stessa esistenza delle case editrici tradizionali. Amazon oggi vende di tutto: dai mobili da giardino ai cellulari, dai pannolini al pesto genovese Dop. Ma deve la sua nascita, e molte delle sue fortune attuali, allo sterminato catalogo di libri di cui dispone: oltre 600 mila titoli, che dal mese prossimo l’iniziativa Kindle Unlimited renderà disponibili a 9,99 dollari mensili, sia naturalmente su piattaforma Android (la casa naturale del Kindle) sia, tramite apposito adattatore, su iOS, dunque anche per iPad e iPhone. Per il momento il servizio è limitato al mercato statunitense, ma sarebbe già allo studio un’espansione verso Germania e Uk, i principali mercati europei del download editoriale con quote vicine al 15% (in Italia l’ultima rilevazione si ferma al 3,9%).

Rispetto a Scribd e Oyster (che dispongono rispettivamente di 400mila e 500mila titoli) Amazon garantisce una scelta più vasta, accessibile e a costi analoghi. Ma la società di Jeff Bezos ha un altro asso nella manica che i competitor non possono schierare: i subscribers di Unlimited avranno a disposizione, all’interno dello stesso pacchetto, anche la versione audiobook: chi legge a letto, la mattina può portarsi il reader in automobile, o in cucina, o a fare jogging con sé. Un potenziale davvero interessante, che secondo molti addetti ai lavori potrebbe dare, in prospettiva, una spallata decisiva all’editoria tradizionale. E forse non è un caso, se, come riportano diversi siti geek a stelle e strisce, i big publisher statunitensi non hanno ancora concesso l’inclusione di molti loro bestseller nell’offerta Unlimited. O forse è solo questione di royalties. 

Staremo a vedere: di certo i prossimi mesi ci diranno qualcosa di più chiaro sulla direzione nella quale si muoverà il mercato.

Quando l’ebook arriva in libreria

Libro cartaceo contro ebook, librerie tradizionali contro colossi della distribuzione online: da quando il libro elettronico ha fatto la sua comparsa, gran parte del dibattito ruota intorno a questa contrapposizione.

C’è chi continua a ripetere frasi standard come “preferisco il profumo della carta”, chi si lamenta perché le librerie sono destinate a fare la fine dei negozi di dischi, e chi cerca di convertire amici e vicini all’ebook col fervore di un missionario spagnolo del XVI secolo, magari sostenendo che “il futuro non si può fermare”.

Un ebook è un libro: ecco qualcosa che qui a Informant non ci stancheremo mai di ripetere. E tra i piaceri che un libro è capace di regalare ci sono anche la caccia al nuovo titolo in libreria, la chiacchierata con il libraio di fiducia, la soddisfazione di portarsi a casa un oggetto.

Per tutte queste ragioni siamo particolarmente felici e orgogliosi di presentare il nostro ultimo esperimento, trasformato in realtà anche grazie a chi ha creduto in noi: da qualche giorno, nella libreria OpenMilano di viale Montenero, campeggia il primo InformantCorner.

InformantCorner è un distributore di EbookCard: ogni titolo targato Informant diventa una cartolina con tanto di copertina e sinossi da sfogliare, acquistabile alla cassa esattamente come un libro cartaceo. L’ebook si può poi scaricare in tre semplici mosse su ereader o tablet grazie al codice segreto sul retro.

Una volta scaricato l’ebook potete collezionare le card, sfoggiarle nella vostra libreria, appenderle con un magnete al frigorifero, utilizzarle per fare aeroplanini o come esca per accendere il fuoco nel camino, ma visto l’eccellente lavoro che LaTigre continua a realizzare sulle nostre copertine, noi vi consigliamo di conservarle.

L’idea è nata quando abbiamo iniziato a presentare i nostri ebook nelle librerie (e qui un ringraziamento particolare va a Valentina, Cristiano e Luca WuMing3): dopo che un libraio è talmente gentile da ospitarti per almeno due ore, che tipo di vantaggio otterrà se poi il libro elettronico si acquista necessariamente passando attraverso i soliti canali?

OpenMilano è la prima libreria digitale italiana, uno spazio aperto alle novità e alle contaminazioni, e se adesso gli ebook si possono acquistare anche in libreria è anche un po’ merito loro.

Infine, un ringraziamento speciale va ad Annarita Briganti, instancabile giornalista e scrittrice che anima tante delle migliori operazioni culturali di cui si sente parlare sul web e fuori: se non fosse scesa in campo credendo in Informant, forse non avremmo mai conosciuto OpenMilano.

Per noi è una piccola, importante innovazione.

L’ebook è un libro (ma IVA e Ue lo ignorano)

Che cos’è un libro?

Per me è sempre stato un dispositivo d’accesso a mondi lontanissimi.

Da ragazzino, quando i discorsi dei miei genitori diventavano troppo difficili e noiosi, potevo sempre contare su qualche congegno magico.

Sapevo che bastava portarsi dietro uno di quei cancelli di carta per ritrovarsi subito a Topolinia e Paperopoli, e poi di volta in volta in una nebbiosa Baker Street carica di affascinanti minacce, nella Terra di Mezzo, o nell’India misteriosa fianco a fianco con Yanez e Kim.

Poi si cresce, e le porte si moltiplicano: ecco un congegno che ti trasporta in una Los Angeles tutta luci al neon e affari sordidi, un altro apre squarci su futuri terribili dove si impara ad amare il dittatore, e se non presti attenzione puoi persino ritrovarti nei territori più ostili dell’animo umano. Passo dopo passo, impari che questo congegno ti fornisce veri e propri superpoteri. Improvvisamente, possiedi la forza erculea di un bulldozer capace di abbattere le pareti tra l’immaginazione di uno scrittore e la realtà vissuta da personaggi in carne e ossa. Scopri che l’Oriente Misterioso del “Gioco di Kim” era identico a quello reale, che puoi impadronirti delle leggi economiche necessarie a spiegare almeno in parte lo scoppio di qualche guerra, e di tanto in tanto sei anche dotato di una super-vista che rende più precisi e reali i tratti del mondo di ogni giorno. Tutto grazie a un congegno dalla tecnologia semplicissima: parole, parole in fila, una dopo l’altra.

Ora, a distanza di molti anni, è probabile che gran parte dei discorsi noiosi e incomprensibili dei miei genitori girassero intorno ad argomenti come il conto in banca, le spese, qualche investimento, le tasse. Soprattutto le tasse, credo. E siccome ciò che si rimuove prima o poi riaffiora sempre come destino, ecco che in queste ore la pressione fiscale si sta abbattendo come una tempesta su quegli adorati dispositivi di accesso a mondi lontani.

Ieri, al termine della conferenza stampa sul decreto cultura, il ministro Dario Franceschini ha dichiarato che la proposta di abbassamento dell’IVA sugli ebook dal 22% al 10% non è inclusa nel pacchetto di nuove norme perché una mossa del genere scatenerebbe automaticamente contro l’Italia una procedura di infrazione da parte della Ue: Francia e Lussemburgo, artefici nel 2012 di un abbassamento dell’imposta sui libri digitali rispettivamente al 7% e al 3%, hanno poi dovuto affrontare una multa molto pesante decisa dalla Corte di Giustizia Europea. Franceschini ha poi detto che il tema va affrontato in sede Ue, e che l’Italia si propone di farlo nel prossimo semestre di presidenza europea.

Ed ecco il cuore del problema: come spiega brillantemente Giacomo Mannheimer in uno studio pubblicato dall’Istituto Bruno Leoni, una petulante norma europea stabilisce al millimetro che cos’è un libro.

Spoiler: per Bruxelles non si tratta certo di un dispositivo per accedere ad altri mondi. Secondo le stringenti leggi Ue, infatti, un libro è esclusivamente un oggetto cartaceo, mentre un ebook viene considerato un prodotto elettronico alla stregua di un software, che pertanto non è meritevole di quegli sgravi fiscali pensati per favorire la circolazione di prodotti culturali.

Riformulo meglio: Bruxelles ha deciso che se stampi un libro di carta stai “facendo cultura”, qualunque cosa voglia dire quest’espressione, e quindi meriti qualche forma di sostegno fiscale alla tua attività, mentre se ti dedichi alla produzione di un libro fatto con i bit invece che con l’inchiostro stai facendo qualcosa d’indefinito, e magari sei pure un orrendo programmatore dell’internets dalla scarsa igiene personale che cospira per stroncare un’intera filiera commerciale, dal boscaiolo passando per la cartiera, fino all’affabile libraio che con la sua cortese lentezza ti guida verso i nuovi acquisti.

Nessuna sindrome da brutto anatroccolo, ma questa è una posizione discriminatoria e fuori dal tempo.

Un ebook è un libro.

Un ebook è un libro, e tutte le contrapposizioni cartaceo vs. digitale nascondono solo semplificazioni da derby e conseguenze pericolose. Come quella di scoraggiare l’innovazione e stroncare nuove imprese nella culla, bloccare la creazione di nuovi posti di lavoro, la vivacità imprenditoriale e la polifonia di voci che dovrebbe costituire una colonna dell’industria editoriale. Ma soprattutto si genera nel lungo periodo un danno a tutta l’editoria, anche quella cartacea, impedendole di rinnovarsi e convincendola a insistere su modelli vecchi e apparentemente più convenienti, generati da semplici rendite di posizione comunque destinate a contare sempre meno.

Un ebook è un libro perché la tecnologia di base è sempre la stessa, semplicissima, identica da millenni: una sequenza di parole scaturite dalla testa di chi scrive, capaci di proiettare altrove quella di chi legge. E di fare circolare liberamente storie e idee alle quali prima non avevi accesso, generando piacere, goduria, riflessione e ricchezza. L’unica differenza sta nel supporto tecnologico, ma le voci di Billie Holiday, Jimi Hendrix e Fred Buscaglione continuano a risuonare potenti nonostante la diffusione dell’mp3, mentre chi produce e vende giradischi e dischi in vinile – e ha potuto/voluto adattarsi alle nuove condizioni – riesce nonostante tutto a lavorare e a proporre le sue cose a condizioni di mercato e prezzi persino migliori.

Qui a Informant vogliamo continuare a produrre dispositivi per l’accesso a mondi lontanissimi, vogliamo continuare a trasportare il lettore sulle tracce degli attivisti informatici di Anonymous e dei boss del calcioscommesse di Singapore, vogliamo fare circolare liberamente informazioni su quello che accade nei penitenziari italiani e su come funzionano le monete virtuali.

Noi e tutti gli altri piccoli editori digitali che si affannano a produrre contenuti di qualità rappresentiamo una minaccia per la filiera boscaiolo-cartiera-tipografo-libraio? Siamo delle quinte colonne di colossi come Amazon e Apple Store che lavorano nell’ombra per uccidere le librerie? Non credo proprio: l’ebook – nonostante quelli che si fanno venire i lucciconi agli occhi mentre sospirano “il profumo della carta”- può sbarcare in libreria, e presto proveremo a dimostrarlo.

Nel frattempo, non chiediamo agevolazioni e aiutini. Chiediamo solamente l’applicazione del principio di equità.

Chiediamo al ministro della Cultura Dario Franceschini di tenere fede all’impegno espresso ieri in conferenza stampa e mettersi alla testa di una battaglia per cambiare le norme e garantire ai libri digitali lo stesso trattamento fiscale dei libri cartacei.

Le porte d’accesso vanno moltiplicate e non ridotte.

#ebookugualelibro

#leggodigitale, i risultati della nostra campagna

Siete stati tantissimi. Anche nella settimana successiva alla chiusura del Salone del Libro di Torino, dove Informant era presente per la prima volta all’interno dello stand #ebookcafe (qui, qui e qui il resoconto delle nostre giornate al Lingotto) avete continuato a twittare utilizzando l’hashtag #leggodigitale. Pensieri, parole, foto di ogni tipo, ma quasi tutti in linea con l’obiettivo che ci eravamo prefissati per il nostro contest: raccontare come l’ebook non sia un prodotto a se stante, ma solo un nuovo vestito (più utile, versatile, comodo ed economico) da cucire addosso ad antiche o più recenti passioni. Come in questo caso:

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La palma del vincitore, proprio per i motivi i cui sopra, abbiamo deciso di assegnarla a uno degli ultimi tweet giunti la settimana scorsa quello della nostra follower Valentina che con uno scatto efficace è riuscita – a nostro giudizio – a unire al meglio queste due caratteristiche, spiegandoci perché il libro digitale può essere un’ottima soluzione per recuperare anche la lettura dei grandi classici:

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Valentina si è aggiudicata cinque download gratuiti dal catalogo Informant e presto ci farà conoscere le sue scelte e, speriamo, le sue sensazioni successive alla lettura dei nostri libri. Durante le giornate del Salone altri followers erano stati premiati con un ebook a testa:

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Ma, come raccontavamo, sono stati moltissimi i tweet che ci hanno colpito. Nel riproporvi una selezione dei più originali, vi ringraziamo ancora per l’attenzione che continuate a riservarci e vi diamo appuntamento alla nostra prossima campagna, che arriverà prestissimo!

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#leggodigitale, fateci sentire le vostre voci

LeggoDigitale

Vi abbiamo già raccontato che saremo a Torino, invitato a passare a trovarci allo stand #ebookcafe e ricordato gli appuntamenti ai quali parteciperemo. Oggi lanciamo una piccola campagna che inizierà proprio con il Salone del libro per concludersi la settimana successiva.

Posto che per noi la competizione tra ebook e libro cartaceo non è una cosa di cui abbia troppo senso parlare (un libro è un libro, indipendentemente dal formato in cui lo si veicola) vogliamo rivolgerci a voi, per capire come, quando, cosa, dove, perché vi piace leggere libri in formato elettronico. Per questo vi chiediamo di twittare, utilizzando l’hashtag #leggodigitale, le vostre foto, i vostri pensieri, le vostre motivazioni sul tema.

Al termine di ogni giornata, durante il Salone, selezioneremo il miglior tweet il cui autore si aggiudicherà un ebook Informant. Il contest continuerà per tutta la settimana successiva. A partire da domenica 18 maggio costruiremo uno storify sulla campagna e premieremo il tweet più originale in assoluto con cinque download gratuiti dal nostro catalogo.

Seguiteci sui nostri profili Twitter e Facebook per gli aggiornamenti dal Salone con hashtag #SalTo14 e #ebookcafe. E nel frattempo twittate il vostro #leggodigitale e magari «chiocciolateci» pure… Vi aspettiamo!

Singapore Connection: l’arresto di Perumal e i rischi per Brasile 2014

Per lui gli uomini dell’Interpol avevano coniato il soprannome di «Maradona della combine». E nessun Maradona, come è ovvio, alla vigilia di un mondiale di calcio si accontenta di restare in panchina. Probabilmente è proprio per questo motivo che Wilson Raj Perumal è finito di nuovo in manette martedì 22 aprile. Ad arrestarlo, proprio come nel 2010, è stata la polizia di Helsinki, che ha dato corso a un mandato di cattura spiccato dalla polizia di Singapore.

Ma che c’entrano Singapore, la Finalandia e soprattutto la coppa del mondo con questo omone di etnia Tamil? Molto, moltissimo. Perché mister Wilson è stato – e forse era tuttora, a sentire i racconti degli ispettori Interpol che non avevano mai smesso di seguirlo – uno degli uomini di punta della Singapore Connection raccontata nel nostro ebook di pochi mesi fa. Un ristretto numero di uomini che, attraverso triangolazioni complesse e un meccanismo finanziariamente simile a quello del franchising, negli ultimi quindici anni sono riusciti a truccare centinaia di partite di ogni serie e di ogni campionato in qualsiasi angolo del mondo. Scommettendo sul risultato esatto e guadagnando spesso cifre da capogiro.

Due anni e mezzo fa, Perumal è stato arrestato in Finlandia e da allora ha cominciato a collaborare con i giudici di mezza Europa e gli organismi antifrode internazionali. La magistratura lo ritiene attendibile: le sue rivelazioni hanno dato il via alla seconda fase dell’inchiesta Last Bet, coordinata dalla Procura di Cremona e dal servizio centrale operativo della polizia, che nell’ultimo biennio ha messo a dura prova la credibilità del pallone nostrano. Ma sarebbero anche all’origine degli arresti che il 18 settembre scorso, a Singapore City, hanno portato in carcere 14 presunti affiliati all’organizzazione, compreso il pericoloso boss Tan Seet Eng, anche lui inseguito da un mandato di cattura internazionale.

All’inizio del 2013 Wilson, oggi 47enne, è stato estradato in Ungheria, dove le sue informazioni sugli intrecci fra incontri sospetti del campionato locale, criminalità organizzata slava e asiatica gli sono valse l’ingresso nel programma di protezione testimoni. Ma gli uomini dell’Interpol e quelli dell’Essa (European Sport Security Association, l’organizzazione finanziata fdalla Fifa e dalle società di betting del circuito legale) hanno continuato a seguire da vicino gli spostamenti dell’ex intermediario. Scoprendo che la sua «seconda vita» era molto simile alla prima. Forse troppo: soldi, contatti telefonici e informatici con calciatori e agenti Fifa di tutto il mondo, un attivismo preoccupante per chi invece avrebbe dovuto starsene buono buono.

Non è ancora chiaro come e perché Wilson sia riuscito a tornare in Finlandia, dove si era trasferito nel 2010 (dopo una tappa londinese) in fuga da una richiesta d’arresto singaporiana per il tentato omicidio di un poliziotto. Né é chiaro se davvero stesse manovrando nell’ombra per diventare finalmente il numero uno del matchfixing, approfittando della detenzione di molti dei suoi ex soci e rispolverando conoscenze e contattimai del tutto finiti in soffitta. Né, infine, si è compreso se la richiesta di estradizione in arrivo dall’Asia abbia a che fare con la precedente retata e con la guerra tra bande – di cui molti ci hanno riferito nel corso del nostro reportage – in vista dell’appuntamento più importante. Ne sapremo di più nei prossimi giorni, ma è doveroso non abbassare la guardia: anche perché del tentativo della gang, o quantomeno di soggetti ad essa strettamente legati, di influenzare la competizione aveva già parlato nei mesi scorsi il gip di Cremona Guido Salvini: «Le nostre informazioni riguardano la manipolazione di un gran numero di partite in molti paesi e ad altissimo livello» scriveva il giudice solo pochi mesi fa nella quarta ordinanza dell’inchiesta Last Bet «sino a progettare, a quanto sembra, un piano di interventi illeciti sui prossimi campionati del mondo che si svolgeranno in Brasile».

Anche alcune settimane fa si era parlato dei Mondiali del prossimo anno: in un’inchiesta sulle scommesse in Inghilterra, in un’intercettazione telefonica, una delle persone coinvolte (due britannici con cittadinanza di Singapore) affermava: “Posso truccare le partite dei Mondiali”.

Lo stesso Perumal, in un libro-intervista appena pubblicato aveva rivelato ai giornalisti Alessandro Righi ed Emanuele Piano di aver aiutato Honduras e Nigeria a qualificarsi per i Mondiali in Sudafrica del 2010.

In “Singapore Connection”, l’ebook-reportage realizzato con Gianluca Ferraris, abbiamo incontrato alcuni uomini della gang per le strade della metropoli asiatica, indagando a fondo i meccanismi finanziari e le ragioni storiche che hanno consentito a Singapore di diventare la capitale del calcioscommesse mondiale.

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Mancano ormai poche settimane a Brasile 2014, e la “Singapore Connection” sembra essere ancora in piena attività: noi continueremo a indagare e pubblicheremo presto nuovi aggiornamenti

Affare Bitcoin mercoledì allo spazio Open di Milano

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Avete mai pensato di ordinare una pizza con una moneta digitale? Gabriele De Palma nel suo e-book Affare Bitcoin è stato il primo autore italiano a spiegare in maniera chiara ed esaustiva la figura della valuta peer to peer che elimina la mediazione delle banche centrali e introduce un sistema di pagamento innovativo. L’ebook illustra, inoltre, quali sono i pro e i contro di questa moneta così rivoluzionaria e quale ruolo ricoprirebbe nell’economia mondiale. Progettata nel 2009 da un anonimo nascosto sotto lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, la cybermoneta non è su carta ma su bit e utilizza transazioni anonime e cifrate.

Che Bitcoin sia davvero l’unità di misura del futuro? Di certo negli ultimi mesi polemiche e ricadute giudiziarie non sono mancate. Per questo abbiamo deciso di riparlarne nel corso di una nuova presentazione che si terrà mercoledì alle 19 allo spazio Open di Milano (via Montenero 6). A discuterne, insieme all’autore, ci sarà Giuliano Balestreri, giornalista economico di Repubblica. L’ebook sarà acquistabile prima e dopo l’evento direttamente in libreria grazie al sistema dei coupon Informant.

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