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Buon proseguimento!

Festa della Rete: il nostro racconto tra nuovi titoli, ebookcard e #leggodigitale

Si è chiusa domenica scorsa la decima edizione della Festa della Rete, ex BlogFest, a Rimini. E per noi di Informant, dopo le esperienze al Festival del giornalismo di Perugia e al Salone del Libro di Torino (qui,  qui, qui e qui il resoconto di quel che abbiamo combinato la scorsa primavera) si è trattato di un altro appuntamento importantissimo per la nostra crescita. Sia per le viste al nostro corner ospitato nel foyer del Teatro Novelli, sia per i tantissimi ospiti che hanno acquistato i nostri ebook tramite coupon, sia per il successo registrato dagli eventi dove comparivano i nostri autori Marco Cobianchi, Pierluca Santoro e Mafe De Baggis.

Mafe De Baggis

Mafe De Baggis

#Luminol

#Luminol

Informant Corner

Informant Corner

Gli ultimi due, in particolare, sono stati fra i protagonisti del principale panel di sabato, dedicato all’editoria digitale e che vedeva tra i partecipanti anche Andrea Santagata, Ceo di Banzai Media. La nostra Mafe, uscita proprio in occasione di FDR14 con il suo ebook #Luminol subito schizzato in vetta alle classifiche di tutti i principali store digitali, ha evidenziato come sia ancora oggi controverso il rapporto tra lettore e giornalisti/giornali che da un lato necessitano di aprirsi sempre più al pubblico e, dall’altro, hanno molto spesso paura del confronto che quell’apertura inevitabilmente implica. Se vi va, qui potete riascoltare l’intero panel: ne vale davvero la pena.  

Ebookcard

Ebookcard

Gadget

Gadget

Gli appuntamenti imperdibili, però, sono stati parecchi: dal dibattito su Bitcoin a quello sulla diseguaglianza, fino ai molti eventi in calendario dedicati al mondo dei blogger, come da tradizione riminese nonostante il cambio di brand. Per noi è stata anche l’occasione di darci un po’ allo scouting: abbiamo distribuito tante strette di mano, oltre ai nostri ormai celebri spillette, magneti e adesivi griffati Informant, e ci auguriamo che da tutto questo scambio emerga, nei prossimi mesi, qualche nuova idea per i nostri ebook. A proposito, se avete un concept in testa che pensate faccia al caso nostro, ma non siete ancora riusciti a parlare con noi, potete sempre scriverci.

Spille

Spille

Ebookcard

Ebookcard

I nuovi titoli

I nuovi titoli

Infine, siete stati parecchi, ancora una volta, a menzionare Informant nei vostri tweet dalla Festa utilizzando l’hashtag #leggodigitale. Pensieri, parole, foto di ogni tipo, ma quasi tutti in linea con l’obiettivo che ci eravamo prefissati: raccontare come l’ebook non sia un prodotto a se stante, ma solo un nuovo vestito (più utile, versatile, comodo ed economico) da cucire addosso ad antiche o più recenti passioni. Come nel caso di Miriam, che abbiamo deciso di premiare con il download gratuito di tre ebook dal catalogo Informant.

#leggodigitale

#leggodigitale

Per ora è tutto, ma abbiamo un sacco di novità in cantiere per i prossimi mesi. Quindi continuate a seguirci.

Stadio della Roma: punto di svolta per i club (Diego Tarì)

Ultimo Stadio

Negli ultimi anni il tifoso di calcio ha imparato a familiarizzare sempre di più con ragionamenti che esulano dal campo da gioco. Pareggio di bilancio, Fair play finanziario, diversificazione dei ricavi: alzi la mano chi, fino a solo 10 anni fa, aveva sentito aleggiare queste cose frequentando lo stadio al seguito della propria squadra del cuore.

E invece anche il calcio, come tutte le “industrie”, deve fare i conti con questi aspetti. La nostra serie A, tanto per dirne una, è composta da squadre che hanno dai fatturati che partono dai 25 milioni di euro delle neopromosse per superare i 300 milioni delle più grandi. Numeri importanti, specialmente all’interno di un tessuto economico nazionale composto per il 95% da piccole e medie imprese. Numeri che dovrebbero essere gestiti con le logiche proprie di un’azienda.

Come troppo spesso accade in Italia, anche nel calcio abbiamo aspettato di essere sul ciglio del burrone per prendere i provvedimenti necessari a non cadere. E così, invece di programmare per tempo un percorso virtuoso (o, detto in altri termini, meno da “cicale”), abbiamo atteso che i “paròn” del calcio, i presidenti-mecenati, esaurissero le proprie disponibilità o, comunque, vedessero fortemente dimensionate le proprie capacità di foraggiare un sistema in costante deficit strutturale.

Poche le mosche bianche in questo panorama: si salva l’Udinese (con il suo modello fatto di costi contenuti e proventi da calciomercato derivanti da forti investimenti sullo scouting internazionale), in parte la Lazio (che alterna utili di esercizio con perdite, sempre abbastanza contenute) e fino al 2013/14 il Napoli, capace di inanellare risultati economici positivi nonostante una crescita di quelli sportivi. Ma anche il Napoli, con questa stagione, entra a far parte di quel novero di squadre definite “grandi” (Inter, Juventus, Milan e Roma, in rigoroso ordine alfabetico) per le quali il mancato accesso al girone di Champions League si trasforma automaticamente in una perdita di bilancio. E, spesso, anche la partecipazione alla massima competizione UEFA non consente in realtà che una mitigazione delle perdite.

Grafico squadre

In questo contesto le azioni da intraprendere sono volte alla riduzione dei costi fissi (in particolare ingaggi ed ammortamenti dei calciatori) ed alla famosa diversificazione dei ricavi.

Già, perché se in realtà i costi possono essere aggrediti abbastanza facilmente, questa leva porta inevitabilmente a dover fare a meno dei calciatori più prestigiosi, abbassando il livello medio della nostra massima competizione.

Sul lato dei ricavi, che invece potrebbero strutturalmente consentire di pagare costi più elevati, però, i risultati non arrivano immediatamente: si tratta di un percorso di medio periodo, i cui effetti arrivano pian piano e non sono neanche scontati. La nostra serie A, non è un mistero, dipende in maniera eccessiva dai diritti televisivi nazionali. Pochi i proventi di natura commerciale (sponsorizzazioni), pochi quelli da stadio (biglietteria e abbonamenti) e pochi, infine, anche quelli dal famoso merchandising.

Qualche segnale si sta vedendo, grazie anche all’arrivo di investitori stranieri che portano con loro un approccio molto più commerciale alla gestione di una squadra di calcio. Si parla di “brand”, di una modalità nuova attraverso la quale vendere un prodotto che ruota intorno ad un marchio. Non è un caso che poco dopo l’acquisto della Roma il soci di maggioranza americani abbiano voluto cambiare il logo della squadra, per mettere maggiormente in evidenza il richiamo alla città di Roma, probabilmente uno dei brand più famosi al mondo. Una cosa simile, del resto, è stata fatta anche in Francia: nel logo del PSG la caratterizzazione locale (“Saint-Germain”) è stata di fatto abbandonata per mettere in evidenza la città di Parigi.

Una delle chiavi per la costruzione di un nuovo “brand” è, indubbiamente, la possibilità di avere una casa propria. Uno stadio utilizzato in esclusiva, disegnato per poter massimizzare le possibilità di sfruttamento commerciale, di visibilità degli sponsor, di offerta sul mercato anche televisivo. Il binomio fra la squadra e l’impianto diventa così uno strumento estremamente utile per potersi presentare sul mercato ed ottenere una crescita del proprio fatturato, sia diretto (le famose “matchday”), sia indiretto.

Attualmente solo la Juventus ed il Sassuolo giocano all’interno di un loro stadio. L’Udinese ha iniziato i lavori nell’estate 2013 e dovrebbe concluderli entro 12 mesi. La Roma ha presentato il proprio progetto a marzo 2014 e recentemente anche la Fiorentina è uscita allo scoperto. Tutte le altre squadre, per il momento, sono silenti.

Da qui è partita, negli ultimi anni, quell’accelerazione del dibattito sulla legge in materia, che dopo tanto tempo ha portato ed una prima formalizzazione nel dicembre 2013, inserita all’interno della legge di Stabilità. Se ne sono sentite di tutti i colori in questi anni. Sembrava quasi che ci fossero decine di Presidenti pronti a muovere con investimenti importanti per poter far contenti i propri tifosi e costruire un nuovo stadio.

Poi, però, soldi veri se ne sono mossi ben pochi.

La scusa ufficiale, propagandata da più parti, risiedeva nell’eccessiva burocratizzazione del percorso amministrativo per arrivare alla costruzione di uno stadio. Nessun investitore potrà mai accettare di dover tenere dei capitali bloccati per anni, in attesa che lacci e lacciuoli dei vari Enti che devono deliberare in merito al processo autorizzativo si pronuncino.

Intendiamoci, è tutto vero. Ciascuno di noi sa che la burocrazia è un “problema” della nostra Nazione.

Quello che lascia perplessi, però, è che questo aspetto, almeno da dicembre 2013, non esiste più. Il legislatore è infatti intervenuto in maniera importante per risolvere questo rischio, disegnando un percorso “speciale” di approvazione dei progetti relativi agli impianti sportivi che dovrebbe consentire di iniziare i lavori entro 6/8 mesi dalla data di presentazione del progetto al Comune che deve ospitare l’impianto.

Per ora l’iter è stato attivato dalla Roma (a marzo 2014, con una presentazione al Campidoglio) e dalla Fiorentina, che però non è ancora chiaro se abbia presentato un progetto definitivo ovvero una versione preliminare per “sondare il terreno” e capire che aria tira.

E gli altri progetti? La folla di presidenti pronti ad investire per assicurare un futuro radioso alla propria squadra dov’è finita?

È finita, per il momento, ad attendere ciò che accadrà a Roma.

Stadio Roma

Perché c’è un piccolo dettaglio che spesso viene trascurato quando si vuole creare consenso a favore di un progetto di un nuovo stadio: la sua costruzione costa.

E per evitare che i costi, come un boomerang, finiscano per affossare la società anziché portarle un beneficio, occorre che l’investimento diretto del promotore sia il più elevato possibile, contenendo i finanziamenti bancari se possibile entro una soglia del 30/40% del costo complessivo del progetto. Ergo: ci va messo, in contanti, circa il 70% del valore complessivo dell’investimento, che per gli impianti più grandi può andare dai 150 milioni dello Juventus Stadium fino ai 300 milioni dichiarati dalla Roma per il suo progetto (i valori includono ovviamente i costi degli impianti ma anche tutto il corollario necessario in termini di interventi urbanistici sul territori, vie di comunicazione, parcheggi, ecc.).

E allora la frase magica diventa una ed una sola “pubblica utilità”.

Solo quegli interventi che possano essere definiti di “pubblica utilità” hanno accesso alle agevolazioni della vigente legislazione. Che non si limitano al percorso agevolato introdotto nel dicembre 2013, ma vanno ben oltre.

Ci portano ad un’altra parola magica: “compensazioni”.

Le “compensazioni” sono previste dal nostro ordinamento per favorire la realizzazioni delle opere di pubblica utilità. Queste, per loro natura, potrebbero non garantire un sufficiente equilibrio economico e finanziario e allora lo Stato prevede che al promotore possano essere concesse delle agevolazioni per riuscire ad ottenere, attraverso altri investimenti, quegli utili e quei flussi di cassa che rendano complessivamente conveniente il progetto. Ad esempio ciò può accadere mediante varianti ai piani regolatori che rendano edificabili aree che non lo sono, portando alla realizzazione di complessi di natura residenziale o commerciale (es. centri commerciali) dalla cui costruzione e vendita il promotore possa ottenere dei benefici che compensano il costo di realizzazione dello stadio.

Ciò che sta accadendo a Roma è proprio questo. Il progetto di costruzione dello stadio, che vale circa 300 milioni di euro, si innesta all’interno di un’iniziativa di sviluppo immobiliare di un’intera area il cui valore (incluso lo stadio) dovrebbe avvicinarsi al miliardo di euro. Pallotta ha già riscontrato l’interesse di investitori specializzati (uno su tutti, la Starwood Capital) che sono entrati nell’azionariato della controllante della AS Roma proprio perché interessati a cofinanziare il progetto complessivo, del quale lo stadio è solo una parte.

Il dibattito in Comune verte anche su questo: possiamo legittimamente considerare il progetto del Nuovo Stadio della Roma come “di pubblica utilità” in modo da estendere i benefici burocratici e le compensazioni all’intero progetto di sviluppo immobiliare?

Cioè a dire: è chiaro che non si può chiedere ad un investitore di perdere dei soldi realizzando solo lo stadio (ma non erano la panacea di tutti i mali?), però qual è il punto di equilibrio fra il favorire un’iniziativa privata (con i suoi risvolti indubbiamente positivi in termini di posti di lavoro generati e riqualificazione di un’area geografica) ed il rischio che lo stadio sia utilizzato come “cavallo di Troia” per iniziative immobiliari che vadano troppo al di là del concetto di “pubblica utilità”?

L’esito del percorso istituzionale sul progetto dello stadio della Roma sarà sicuramente fondamentale. Per la squadra capitolina, ma anche per l’evolversi del dibattito sugli stadi.

Ancora Bitcoin: rischi e potenzialità della moneta digitale

Ormai la sua circolazione e diffusione non è più una novità, almeno per gli addetti ai lavori, eppure di Bitcoin, la moneta digitale inventata in Giappone cinque anni fa e sempre più spesso utilizzata per le transazioni online, si continua a parlare in termini contraddittori dentro e fuori la Rete.

Nello scorso dicembre, noi di Informant siamo stati i primi a cercare di fare chiarezza su un fenomeno di cui allora si sapeva ancora molto poco, almeno in Italia, pubblicando l’ebook Affare Bitcoin di Gabriele De Palma. De Palma, firma molto apprezzata nel mondo della tecnologia (ha cofondato, tra le altre cose, l’agenzia giornalistica EffeCinque insieme a un’altra nostra autrice di peso come Carola Frediani) affronta le implicazioni di un sistema complesso e ne ripercorre le vicende regolamentari più significative. Senza tralasciare tutti gli aspetti informatici che orbitano attorno alla cripto-moneta come p2p, blockchain, rischi dell’anonimato, data mining e wallet, l’autore espone infine diverse tesi sull’identità nascosta del suo ideatore Satoshi Nakamoto.

Affare Bitcoin di Gabriele De Palma

Affare Bitcoin di Gabriele De Palma

Secondo De Palma, Bitcoin scorre come un fiume carsico per affiorare sempre più spesso nella vita di tutti i giorni: e-commerce (i nostri amici di Quintadicopertina ne hanno appena reso possibile l’utilizzo per acquistare il loro ultimo ebook) bancomat fisici (a proposito, l’ultimo è stato inaugurato proprio in Italia, a Roma, meno di un mese fa), esercizi commerciali che lo accettano. Ma prima di sposare senza condizionamenti la tesi di chi la dipinge come «moneta del futuro», ammonisce, dobbiamo vagliarne bene potenzialità e pericoli. Entrambi sono stati evidenziati da alcuni avvenimenti degli ultimi giorni.

Sul fronte delle potenzialità, c’è da segnalare il rinnovato interesse del mondo della finanza globale per Bitcoin, dopo un lungo periodo di diffidenza. In Italia, a partire da metà giugno, a investire pesantemente è stata la finanziaria Xlab, partecipata al 50 per cento da Davide Luigi Berlusconi, nipote dell’ex premier Silvio e figlio di Paolo, editore del Giornale che forse non a caso da circa un mese ha aperto al pagamento degli abbonamenti tramite la nuova criptomoneta. Negli Stati Uniti, invece, il recente sequestro di quasi 30 mila Bitcoin (circa 26 milioni di dollari al cambio attuale) a Silk Road, un cyber cartello criminale, ha permesso a Vaurum, una startup della Silicon Valley, di acquisirli a un’asta giudiziaria per mettere in circolo la massa monetaria necessaria a mantenere liquida l’economia Bitcoin. «Se ci riusciranno», ha scritto l’economista Fabio Scacciavillani sul Fatto Quotidiano dello scorso 16 luglio, «a Vaurum sarà dedicato un paragrafo nei libri di storia».

Anche le incognite, però, restano e non vanno affatto sottovalutate. Secondo l’Uif, l’ufficio antifrodi di Bankitalia, la forte volatilità della quotazione del Bitcoin amplificherebbe i rischi di manovre speculative ai danni dei risparmiatori. Mentre il procuratore generale di Roma, Luigi Ciampoli, proprio pochi giorni fa ha sottolineato il rischio che la moneta virtuale possa venire utilizzata come strumento per ripulire il denaro sporco o per finanziare in maniera occulta varie forme di criminalità, terrorismo internazionale compreso, auspicando interventi normativi che diano certezza di tracciabilità e chiarezza di identificazione di tutte le persone coinvolte in operazioni di trasferimento. Anche di questi rischi, e degli strumenti per contrastarli, si occupa l’ebook di Gabriele De Palma, una lettura utilissima per chi volesse capirne di più.

Amazon Unlimited e gli ebook in streaming

Carta contro digitale, libro contro ebook, il profumo dell’inchiostro contro lo schermo retroilluminato, le librerie contro gli store virtuali: la presunta contrapposizione tra modelli di lettura resta uno dei temi più caldi del dibattito culturale. Sull’argomento noi di Informant abbiamo già detto la nostra, ripetutamente e chiaramente: non c’è, o almeno non dovrebbe esserci, alcuna contrapposizione tra i due mondi. Al contrario, più che di rivalità sarebbe corretto parlare di terreno ideale per sperimentare nuove forme di contaminazione, come abbiamo già provato a fare inaugurando una partnership con Open Milano  (trovate qui i dettagli) che in futuro riserverà ulteriori sorprese.

Con le dovute proporzioni, è quello che sta accadendo anche oltreoceano, dove sul fronte crossmediale si sono registrate nei mesi scorsi diverse novità che hanno fatto discutere. La prima, un vero e proprio ponte tra editoria tradizionale e digitale, è il servizio lanciato alla fine del 2013 da due startup statunitensi, Scribd e Oyster, che hanno trovato un accordo con le case editrici per offrire in abbonamento mensile e in versione digitale tutti i loro titoli. Qualcuno lo ha ribattezzato «il Netflix dei libri» e il paragone regge, se non altro perché, proprio come accaduto con i film e le serie tv proposte in streaming dal popolare portale canadese, ha contribuito ad alimentare il dibattito in termini di heritage: quanto indotto, insomma, si crea su vendite fisiche e reputation dei cataloghi «fisici» una volta svanita la loro fruizione virtuale? Cifre ufficiali non ne circolano ancora, ma che il business sia promettente lo prova il fatto che, proprio la scorsa settimana, anche un colosso come Amazon abbia deciso di tuffarsi nel business.

Il gigante della vendita al dettaglio via internet entra in gara con un suo abbonamento mensile per la lettura senza limiti sul proprio reader Kindle. Una scelta di campo che potrebbe minacciare, in prospettiva, la stessa esistenza delle case editrici tradizionali. Amazon oggi vende di tutto: dai mobili da giardino ai cellulari, dai pannolini al pesto genovese Dop. Ma deve la sua nascita, e molte delle sue fortune attuali, allo sterminato catalogo di libri di cui dispone: oltre 600 mila titoli, che dal mese prossimo l’iniziativa Kindle Unlimited renderà disponibili a 9,99 dollari mensili, sia naturalmente su piattaforma Android (la casa naturale del Kindle) sia, tramite apposito adattatore, su iOS, dunque anche per iPad e iPhone. Per il momento il servizio è limitato al mercato statunitense, ma sarebbe già allo studio un’espansione verso Germania e Uk, i principali mercati europei del download editoriale con quote vicine al 15% (in Italia l’ultima rilevazione si ferma al 3,9%).

Rispetto a Scribd e Oyster (che dispongono rispettivamente di 400mila e 500mila titoli) Amazon garantisce una scelta più vasta, accessibile e a costi analoghi. Ma la società di Jeff Bezos ha un altro asso nella manica che i competitor non possono schierare: i subscribers di Unlimited avranno a disposizione, all’interno dello stesso pacchetto, anche la versione audiobook: chi legge a letto, la mattina può portarsi il reader in automobile, o in cucina, o a fare jogging con sé. Un potenziale davvero interessante, che secondo molti addetti ai lavori potrebbe dare, in prospettiva, una spallata decisiva all’editoria tradizionale. E forse non è un caso, se, come riportano diversi siti geek a stelle e strisce, i big publisher statunitensi non hanno ancora concesso l’inclusione di molti loro bestseller nell’offerta Unlimited. O forse è solo questione di royalties. 

Staremo a vedere: di certo i prossimi mesi ci diranno qualcosa di più chiaro sulla direzione nella quale si muoverà il mercato.

La cella zero di Poggioreale (Arianna Giunti)

Lo abbiamo raccontato con dovizia di particolari nell’ebook “La cella liscia. Storie di ordinaria ingiustizia nelle carceri italiane”.

La cella liscia ebook

La cella liscia ebook

E qualcuno, di fronte alla descrizione di quelle torture di Stato, aveva strabuzzato gli occhi. Mentre qualcun altro aveva minimizzato dicendo che “no, non è possibile che questo avvenga nelle nostre prigioni”. E che sicuramente sono i detenuti, con i loro racconti, “a esagerare e a giocare a fare le vittime”.

Eppure la pratica della cella liscia – una cella di isolamento dove i detenuti vengono rinchiusi per intere ore e persino giorni, nudi e a buio, sottoposti a pestaggi e umiliazioni – esiste davvero. Anche se solo pensarlo fa male.

In questi giorni, con grande discrezione e in silenzio, se ne sta infatti occupando anche la Procura di Napoli, che ha raccolto le denunce di 56 detenuti ed ex detenuti di Poggioreale (loro la chiamano “la cella zero”), che in un corposo dossier hanno descritto le vessazioni fisiche e psicologiche che si sarebbero consumate nel corso degli anni nel carcere più sovraffollato d’Europa.

E così davanti ai nostri occhi si materializzano ancora una volta fotogrammi dell’orrore che somigliano a un brutto film poliziesco, dove le “guardie” hanno soprannomi che evocano vecchi e incancellabili casi di cronaca nera (la “squadretta della Uno Bianco”) e nomignoli da tradizione popolare (“melella” e “piccolo boss”).

I pubblici ministeri napoletani ora stanno cercando di arrivare alla verità, senza farsi condizionare da pregiudizi o suggestioni di alcuna sorta. E senza arrivare a criminalizzare a priori la polizia penitenziaria, visto che nella maggior parte dei casi si tratta di appartenenti alle forze dell’ordine onesti e coscienziosi, che lavorano con spirito di abnegazione sottoponendosi a turni massacranti.

Ma dove ogni tanto spunta qualche mela marcia. Come raccontano appunto gli ex detenuti di Poggioreale, che prima di sporgere denuncia hanno fatto passare mesi se non anni, terrorizzati dalle possibili conseguenze.

Perché le loro testimonianze, se risultassero autentiche, stavolta non cadrebbero nel vuoto. E farebbero vacillare i vertici dell’istituto penitenziario partenopeo gettando nell’imbarazzo l’intero dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Proprio alla luce dell’ennesima stroncatura ricevuta dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, con la quale Strasburgo ci ha mandato a dire – senza tanti giri di parole – che i provvedimenti presi finora dall’Italia per sanare la piaga carceri (il recente decreto approvato da Camera e Senato) sono insufficienti a riabilitare il nostro sistema carcerario.

L’ennesima dimostrazione che l’Italia, in materia carceri, malgrado condanne, rimproveri e ammonimenti, proprio non riesce a compiere quel balzo in avanti per essere considerato a tutti gli effetti un Paese democratico.

Informant cresce: alcune novità 2014

In questo post vi raccontiamo alcune novità degli ultimi mesi.

Innanzitutto Informant cresce e ha nuovi collaboratori: oggi vi presentiamo Antonio Talia, giornalista, che dall’inizio dell’anno è il nuovo editor, dopo un’esperienza di 7 anni da corrispondente per AGI China e aver scritto per Informant due singles: I giorni del Dragone nel dicembre 2012 e Singapore Connection insieme a Gianluca Ferraris nell’ottobre 2013.

Passiamo al punto successivo che riguarda gli eventi: Informant parteciperà per il secondo anno al Festival Internazionale del Giornalismo. Un’edizione particolarmente importante dati gli sviluppi in termini di crowdfunding e per via del main sponsor dell’edizione, Amazon, che ha una certa familiarità con il mondo ebook. Il nostro Antonio  interverrà in un panel sul long-form journalism intitolato “Long Form Journalism: come finanziare, produrre e diffondere i grandi reportage nell’era del giornalismo digitale” in calendario il 1 Maggio dalle 17:30 alle 19. Inoltre preannunciamo che saremo anche al Salone del Libro di Torino con uno stand insieme ad altri amici editori e con un panel.

Panel ijf14

Panel Long-Form Journalim – ijf14

L’ultima novità riguarda proprio questo blog perché a partire da quest’anno i nostri giornalisti e autori diventeranno anche blogger per continuare a raccontarvi e aggiornarvi sui fatti trattati negli ebook.

Presentazione Singapore Connection, Open Milano

C’è una libreria appena nata a Milano, si chiama Open. Dire che è una libreria è diminutivo perché in questi 1000 mq ben curati nell’arredamento e del design nelle vicinanze di Porta Romana si può leggere, studiare, mangiare un boccone, incontrare amici e colleghi, fare meeting di lavoro.

Mercoledì 15 Gennaio Open ha ospitato la sua prima presentazione di un ebook, trattasi di Singapore Connection. Presenti all’evento gli autori: Gianluca Ferraris e Antonio Talia insieme Dario Nicolini (Skysport), Annarita Briganti (La Repubblica) e Dino Ruta (Sport Knowledge Center, Università Bocconi).

Immagine 4

Ecco alcune foto della serata:

foto(5)

Singapore Connection 1

Singapore Connection 1

Singapore Connection 2

Singapore Connection 2

Singapore Connection 3

Singapore Connection 3

Singapore Connection 4

Singapore Connection 4


6 motivi per cui l’ebook è un buon strumento per fare giornalismo d’approfondimento

1. L’ebook colma uno spazio fisico poco utilizzato e conveniente per la carta: tra l’articolo lungo e il libro.  (Long-Form Journalism e format del e-singles, dalle 5000 alle 30000 parole);

2. L’ebook permette di monetizzare immediatamente il contenuto ( Vendita e Abbonamento);

3. L’ebook permette di creare storie giornalistiche che coinvolgono il lettore e richiedono poco tempo per informarsi in modo approfondito. (Giornalismo Narrativo, Storytelling, Engagement)

4. L’ebook permette di arricchire la storia con contenuti multimediali (Video, Audio, Infografiche e Data Visualization)

5. L’ebook permette di accorciare i tempi di produzione e pubblicazione rispetto ai fatti e ai dati raccontati (Instant e-book);

6. L’ebook permette di aggiornare facilmente il contenuto. (Reporting e-book).

[Informant] Affare Bitcoin, il nuovo ebook di Gabriele De Palma

E’ uscito Affare Bitcoin. Pagare col p2p e senza banche centrali, il nuovo ebook di Gabriele De Palma che cerca di fare il  punto sul fenomeno bitcoin.

Bitcoin è la moneta della rete nata nel 2009 di cui si sente parlare sempre più spesso. Il suo ideatore l’ha definita “una versione integralmente peer-to-peer di una moneta elettronica” che “permetterebbe ai pagamenti online di essere effettuati direttamente tra una parte e l’altra senza dover passare per un istituto finanziario“.

Quali sono i vantaggi e i limiti della moneta digitale? Quale peso dare all’innovativo sistema di transazione che sta facendo discutere BCE, FBI e banche centrali di tutto il mondo? Quanto è utilizzata nell’economia reale e perché il centro di maggiore scambio si sta spostando verso oriente?

Partendo da alcuni fatti recenti e dalla percezione che ne hanno lettori e cittadini l’autore affronta, in questo ebook giornalistico, le implicazioni di un sistema complesso e ne ripercorre le vicende regolamentari più significative.
Senza tralasciare tutti gli aspetti tecnologici che orbitano attorno alla cripto-moneta come p2p, blockchain, crittografia, anonimato, sistema del mining e del proof of work, exchange e wallet, Gabriele De Palma espone inoltre diverse tesi sull’identità nascosta del suo ideatore Satoshi Nakamoto.

Affare Bitcoin

Affare Bitcoin

Bitcoin scorre come un fiume carsico per affiorare sempre più spesso nella vita di tutti i giorni: e-commerce per l’acquisto di beni di consumo, bancomat fisici, esercizi commerciali che l’accettano. Possiamo chiamarla dunque la moneta del futuro?

L’ebook è disponibile in formato epub e mobi a 2,99 euro su Kindle Store, Ibookstore di Apple, BookRepublic, LaFeltrinelli, Google Play StoreKobo Store e tanti altri.
Buona Lettura!

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