Stadio della Roma: punto di svolta per i club (Diego Tarì)

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Negli ultimi anni il tifoso di calcio ha imparato a familiarizzare sempre di più con ragionamenti che esulano dal campo da gioco. Pareggio di bilancio, Fair play finanziario, diversificazione dei ricavi: alzi la mano chi, fino a solo 10 anni fa, aveva sentito aleggiare queste cose frequentando lo stadio al seguito della propria squadra del cuore.

E invece anche il calcio, come tutte le “industrie”, deve fare i conti con questi aspetti. La nostra serie A, tanto per dirne una, è composta da squadre che hanno dai fatturati che partono dai 25 milioni di euro delle neopromosse per superare i 300 milioni delle più grandi. Numeri importanti, specialmente all’interno di un tessuto economico nazionale composto per il 95% da piccole e medie imprese. Numeri che dovrebbero essere gestiti con le logiche proprie di un’azienda.

Come troppo spesso accade in Italia, anche nel calcio abbiamo aspettato di essere sul ciglio del burrone per prendere i provvedimenti necessari a non cadere. E così, invece di programmare per tempo un percorso virtuoso (o, detto in altri termini, meno da “cicale”), abbiamo atteso che i “paròn” del calcio, i presidenti-mecenati, esaurissero le proprie disponibilità o, comunque, vedessero fortemente dimensionate le proprie capacità di foraggiare un sistema in costante deficit strutturale.

Poche le mosche bianche in questo panorama: si salva l’Udinese (con il suo modello fatto di costi contenuti e proventi da calciomercato derivanti da forti investimenti sullo scouting internazionale), in parte la Lazio (che alterna utili di esercizio con perdite, sempre abbastanza contenute) e fino al 2013/14 il Napoli, capace di inanellare risultati economici positivi nonostante una crescita di quelli sportivi. Ma anche il Napoli, con questa stagione, entra a far parte di quel novero di squadre definite “grandi” (Inter, Juventus, Milan e Roma, in rigoroso ordine alfabetico) per le quali il mancato accesso al girone di Champions League si trasforma automaticamente in una perdita di bilancio. E, spesso, anche la partecipazione alla massima competizione UEFA non consente in realtà che una mitigazione delle perdite.

Grafico squadre

In questo contesto le azioni da intraprendere sono volte alla riduzione dei costi fissi (in particolare ingaggi ed ammortamenti dei calciatori) ed alla famosa diversificazione dei ricavi.

Già, perché se in realtà i costi possono essere aggrediti abbastanza facilmente, questa leva porta inevitabilmente a dover fare a meno dei calciatori più prestigiosi, abbassando il livello medio della nostra massima competizione.

Sul lato dei ricavi, che invece potrebbero strutturalmente consentire di pagare costi più elevati, però, i risultati non arrivano immediatamente: si tratta di un percorso di medio periodo, i cui effetti arrivano pian piano e non sono neanche scontati. La nostra serie A, non è un mistero, dipende in maniera eccessiva dai diritti televisivi nazionali. Pochi i proventi di natura commerciale (sponsorizzazioni), pochi quelli da stadio (biglietteria e abbonamenti) e pochi, infine, anche quelli dal famoso merchandising.

Qualche segnale si sta vedendo, grazie anche all’arrivo di investitori stranieri che portano con loro un approccio molto più commerciale alla gestione di una squadra di calcio. Si parla di “brand”, di una modalità nuova attraverso la quale vendere un prodotto che ruota intorno ad un marchio. Non è un caso che poco dopo l’acquisto della Roma il soci di maggioranza americani abbiano voluto cambiare il logo della squadra, per mettere maggiormente in evidenza il richiamo alla città di Roma, probabilmente uno dei brand più famosi al mondo. Una cosa simile, del resto, è stata fatta anche in Francia: nel logo del PSG la caratterizzazione locale (“Saint-Germain”) è stata di fatto abbandonata per mettere in evidenza la città di Parigi.

Una delle chiavi per la costruzione di un nuovo “brand” è, indubbiamente, la possibilità di avere una casa propria. Uno stadio utilizzato in esclusiva, disegnato per poter massimizzare le possibilità di sfruttamento commerciale, di visibilità degli sponsor, di offerta sul mercato anche televisivo. Il binomio fra la squadra e l’impianto diventa così uno strumento estremamente utile per potersi presentare sul mercato ed ottenere una crescita del proprio fatturato, sia diretto (le famose “matchday”), sia indiretto.

Attualmente solo la Juventus ed il Sassuolo giocano all’interno di un loro stadio. L’Udinese ha iniziato i lavori nell’estate 2013 e dovrebbe concluderli entro 12 mesi. La Roma ha presentato il proprio progetto a marzo 2014 e recentemente anche la Fiorentina è uscita allo scoperto. Tutte le altre squadre, per il momento, sono silenti.

Da qui è partita, negli ultimi anni, quell’accelerazione del dibattito sulla legge in materia, che dopo tanto tempo ha portato ed una prima formalizzazione nel dicembre 2013, inserita all’interno della legge di Stabilità. Se ne sono sentite di tutti i colori in questi anni. Sembrava quasi che ci fossero decine di Presidenti pronti a muovere con investimenti importanti per poter far contenti i propri tifosi e costruire un nuovo stadio.

Poi, però, soldi veri se ne sono mossi ben pochi.

La scusa ufficiale, propagandata da più parti, risiedeva nell’eccessiva burocratizzazione del percorso amministrativo per arrivare alla costruzione di uno stadio. Nessun investitore potrà mai accettare di dover tenere dei capitali bloccati per anni, in attesa che lacci e lacciuoli dei vari Enti che devono deliberare in merito al processo autorizzativo si pronuncino.

Intendiamoci, è tutto vero. Ciascuno di noi sa che la burocrazia è un “problema” della nostra Nazione.

Quello che lascia perplessi, però, è che questo aspetto, almeno da dicembre 2013, non esiste più. Il legislatore è infatti intervenuto in maniera importante per risolvere questo rischio, disegnando un percorso “speciale” di approvazione dei progetti relativi agli impianti sportivi che dovrebbe consentire di iniziare i lavori entro 6/8 mesi dalla data di presentazione del progetto al Comune che deve ospitare l’impianto.

Per ora l’iter è stato attivato dalla Roma (a marzo 2014, con una presentazione al Campidoglio) e dalla Fiorentina, che però non è ancora chiaro se abbia presentato un progetto definitivo ovvero una versione preliminare per “sondare il terreno” e capire che aria tira.

E gli altri progetti? La folla di presidenti pronti ad investire per assicurare un futuro radioso alla propria squadra dov’è finita?

È finita, per il momento, ad attendere ciò che accadrà a Roma.

Stadio Roma

Perché c’è un piccolo dettaglio che spesso viene trascurato quando si vuole creare consenso a favore di un progetto di un nuovo stadio: la sua costruzione costa.

E per evitare che i costi, come un boomerang, finiscano per affossare la società anziché portarle un beneficio, occorre che l’investimento diretto del promotore sia il più elevato possibile, contenendo i finanziamenti bancari se possibile entro una soglia del 30/40% del costo complessivo del progetto. Ergo: ci va messo, in contanti, circa il 70% del valore complessivo dell’investimento, che per gli impianti più grandi può andare dai 150 milioni dello Juventus Stadium fino ai 300 milioni dichiarati dalla Roma per il suo progetto (i valori includono ovviamente i costi degli impianti ma anche tutto il corollario necessario in termini di interventi urbanistici sul territori, vie di comunicazione, parcheggi, ecc.).

E allora la frase magica diventa una ed una sola “pubblica utilità”.

Solo quegli interventi che possano essere definiti di “pubblica utilità” hanno accesso alle agevolazioni della vigente legislazione. Che non si limitano al percorso agevolato introdotto nel dicembre 2013, ma vanno ben oltre.

Ci portano ad un’altra parola magica: “compensazioni”.

Le “compensazioni” sono previste dal nostro ordinamento per favorire la realizzazioni delle opere di pubblica utilità. Queste, per loro natura, potrebbero non garantire un sufficiente equilibrio economico e finanziario e allora lo Stato prevede che al promotore possano essere concesse delle agevolazioni per riuscire ad ottenere, attraverso altri investimenti, quegli utili e quei flussi di cassa che rendano complessivamente conveniente il progetto. Ad esempio ciò può accadere mediante varianti ai piani regolatori che rendano edificabili aree che non lo sono, portando alla realizzazione di complessi di natura residenziale o commerciale (es. centri commerciali) dalla cui costruzione e vendita il promotore possa ottenere dei benefici che compensano il costo di realizzazione dello stadio.

Ciò che sta accadendo a Roma è proprio questo. Il progetto di costruzione dello stadio, che vale circa 300 milioni di euro, si innesta all’interno di un’iniziativa di sviluppo immobiliare di un’intera area il cui valore (incluso lo stadio) dovrebbe avvicinarsi al miliardo di euro. Pallotta ha già riscontrato l’interesse di investitori specializzati (uno su tutti, la Starwood Capital) che sono entrati nell’azionariato della controllante della AS Roma proprio perché interessati a cofinanziare il progetto complessivo, del quale lo stadio è solo una parte.

Il dibattito in Comune verte anche su questo: possiamo legittimamente considerare il progetto del Nuovo Stadio della Roma come “di pubblica utilità” in modo da estendere i benefici burocratici e le compensazioni all’intero progetto di sviluppo immobiliare?

Cioè a dire: è chiaro che non si può chiedere ad un investitore di perdere dei soldi realizzando solo lo stadio (ma non erano la panacea di tutti i mali?), però qual è il punto di equilibrio fra il favorire un’iniziativa privata (con i suoi risvolti indubbiamente positivi in termini di posti di lavoro generati e riqualificazione di un’area geografica) ed il rischio che lo stadio sia utilizzato come “cavallo di Troia” per iniziative immobiliari che vadano troppo al di là del concetto di “pubblica utilità”?

L’esito del percorso istituzionale sul progetto dello stadio della Roma sarà sicuramente fondamentale. Per la squadra capitolina, ma anche per l’evolversi del dibattito sugli stadi.

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