La cella zero di Poggioreale (Arianna Giunti)

Lo abbiamo raccontato con dovizia di particolari nell’ebook “La cella liscia. Storie di ordinaria ingiustizia nelle carceri italiane”.

La cella liscia ebook

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E qualcuno, di fronte alla descrizione di quelle torture di Stato, aveva strabuzzato gli occhi. Mentre qualcun altro aveva minimizzato dicendo che “no, non è possibile che questo avvenga nelle nostre prigioni”. E che sicuramente sono i detenuti, con i loro racconti, “a esagerare e a giocare a fare le vittime”.

Eppure la pratica della cella liscia – una cella di isolamento dove i detenuti vengono rinchiusi per intere ore e persino giorni, nudi e a buio, sottoposti a pestaggi e umiliazioni – esiste davvero. Anche se solo pensarlo fa male.

In questi giorni, con grande discrezione e in silenzio, se ne sta infatti occupando anche la Procura di Napoli, che ha raccolto le denunce di 56 detenuti ed ex detenuti di Poggioreale (loro la chiamano “la cella zero”), che in un corposo dossier hanno descritto le vessazioni fisiche e psicologiche che si sarebbero consumate nel corso degli anni nel carcere più sovraffollato d’Europa.

E così davanti ai nostri occhi si materializzano ancora una volta fotogrammi dell’orrore che somigliano a un brutto film poliziesco, dove le “guardie” hanno soprannomi che evocano vecchi e incancellabili casi di cronaca nera (la “squadretta della Uno Bianco”) e nomignoli da tradizione popolare (“melella” e “piccolo boss”).

I pubblici ministeri napoletani ora stanno cercando di arrivare alla verità, senza farsi condizionare da pregiudizi o suggestioni di alcuna sorta. E senza arrivare a criminalizzare a priori la polizia penitenziaria, visto che nella maggior parte dei casi si tratta di appartenenti alle forze dell’ordine onesti e coscienziosi, che lavorano con spirito di abnegazione sottoponendosi a turni massacranti.

Ma dove ogni tanto spunta qualche mela marcia. Come raccontano appunto gli ex detenuti di Poggioreale, che prima di sporgere denuncia hanno fatto passare mesi se non anni, terrorizzati dalle possibili conseguenze.

Perché le loro testimonianze, se risultassero autentiche, stavolta non cadrebbero nel vuoto. E farebbero vacillare i vertici dell’istituto penitenziario partenopeo gettando nell’imbarazzo l’intero dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Proprio alla luce dell’ennesima stroncatura ricevuta dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, con la quale Strasburgo ci ha mandato a dire – senza tanti giri di parole – che i provvedimenti presi finora dall’Italia per sanare la piaga carceri (il recente decreto approvato da Camera e Senato) sono insufficienti a riabilitare il nostro sistema carcerario.

L’ennesima dimostrazione che l’Italia, in materia carceri, malgrado condanne, rimproveri e ammonimenti, proprio non riesce a compiere quel balzo in avanti per essere considerato a tutti gli effetti un Paese democratico.

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