Refreshing journalism: intervista a Nicola Bruno

Lettori, cittadini e giornalisti si trovano in un ecosistema dell’informazione nuovo. Come sta cambiando il giornalismo? Ce lo racconta Nicola Bruno che nell’aprile 2010 ha creato insieme ad alcuni soci l’agenzia giornalistica Effecinque, operativa sul fronte della creazioni di nuovi format giornalistici, il cui payoff è appunto Refreshing journalism. Nicola che attualmente è Journalist Fellow al Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford, ha pubblicato insieme a Raffaele Mastrolonardo per Bruno Mondadori il libro “La scimmia che vinse il Pulitzer“, uscito nel marzo 2011. Ecco l’intervista:

1) Innanzitutto come sta andando il libro? Qual è stato il riscontro da parte dei colleghi giornalisti?

Il libro ha ottenuto un ottimo riscontro sia tra i colleghi (anche quelli meno attenti ai temi dell’innovazione) che tra gli studenti di giornalismo e/o comunicazione (che nelle storie raccontate nel libro hanno trovato idee e motivazioni per guardare avanti anche in un momento descritto come recessivo per l’industria dell’informazione). Ci ha fatto piacere che uno degli elementi maggiormente apprezzati dai lettori sia l’impianto narrativo che sta dietro al libro. Un aspetto che ci ha richiesto una grossa fatica, ma che alla fine ha permesso di pubblicare un saggio documentato e, al tempo stesso, avvincente. Non l’ennesimo saggio generico sul futuro del giornalismo, ma otto storie concrete, in cui raccontiamo come le migliori idee spesso non nascono da grandi investimenti tecnologici, ma da tanta passione e dalla volontà di raccontare la verità. Che è poi lo scopo principale del giornalismo di sempre.

2) Il padre di ProPublica Paul Steiger ha evidenziato come il nuovo ecosistema dell’informazione sia sempre più popolato da Twitter, long-form journalism e dati. Quali sono secondo te le novità più significative nel giornalismo degli ultimi anni?

Negli ultimi anni si sono delineate meglio due macro-tendenze che solo in apparenza sembrano in contraddizione tra di loro: l’accelerazione e il rallentamento dell’informazione.
Negli ultimi anni abbiamo visto sempre più erodersi il ruolo dei giornalisti come gate-keeper dell’informazione, come i “primi a dare una notizia”: nei momenti di crisi (rivolte, emergenze naturali – ma il discorso vale anche per l’attualità politica o l’intrattenimento) le “notizie” arrivano da network informali come Twitter, Facebook e via dicendo. Metto le virgolette a “notizie” in quanto si tratta per lo più di informazioni allo stato grezzo, che spesso sono vitali, documentate, affidabili, ma spesso vanno prese con le pinze, perché parziali, rilanciate dalle stesse parti in causa. E proprio qui arriva il ruolo dei professionisti dell’informazione che, in questo nuovo scenario, sono chiamati ancora di più a scremare, filtrare il segnale dal rumore, dare un senso al fiume di informazioni disponibili online. Tutto questo si traduce nella necessità da una parte di verificare le informazioni in tempo quasi reale e, dall’altra di dare un contesto più profondo, produrre inchieste e reportage di largo respiro.
Da questo punto di vista sono più che d’accordo con Paul Steiger: l’accelerazione dell’informazione produrrà come effetto secondario anche il bisogno (per i lettori) di rallentare, prendere respiro, andare a fondo dei problemi, anche a distanza di mesi dell’attualità. Torna così ancora più forte il bisogno del long-form journalism, di inchieste di lungo corso basate sull’analisi di dati e numeri.  Fast e slow journalism, alla fine, si riveleranno due facce della stessa medaglia.

3) Nel libro riportate le parole di Aaron  Pilhofer “I dati sono da sempre l’anima della migliore informazione“. Cosa pensi dei passi avanti che sta facendo l’Italia verso il data journalism e degli open data?

In Italia scontiamo ancora un forte ritardo sia sul fronte della disponibilità degli open data (anche se qualcosa inizia a muoversi) che delle persone in grado di saperli analizzare, manipolare e tirarne fuori una storia giornalistica. C’è ancora una forte divisione delle “due culture”, per cui si pensa sempre che un buon giornalista debba semplicemente saper scrivere o parlare bene in tv. Quando invece stiamo andando verso un mondo che sarà sempre più data-centrico e, come ci mostrano alcune buone pratiche che vengono dagli Usa, saranno sempre più necessari professionisti in grado di tenere insieme competenze giornalistiche e informatiche. Certo, la battaglia per l’alfabetizzazione informatica dovrà andare di pari passo con quella degli open data: senza la messa a disposizione di dati da parte degli enti pubblici (e non solo), difficilmente si potrà innovare anche in questo settore.

4) Come consideri l’ultima iniziativa de La Stampa e 40k Books sugli approfondimenti giornalistici in forma di ebook?

Come dicevo alla domanda due, è il segnale che anche in Italia sta emergendo il bisogno di un rallentamento nell’informazione. Che questo avvenga attraverso grandi reportage (come quelli che ad esempio pubblica il New Yorker o ProPublica, che richiedono anche anni di lavoro), o ebook, o ancora forme più interattive (come i video in motion-graphic a cui stiamo lavorando ad Effecinque o i webdoc diffusi in Francia e ripresi anche dalla Stampa in Italia), non può essere che un bene.
Ricordo da questo punto di vista anche il lavoro pionieristico che sta facendo in Italia QuintadiCopertina, giovane casa editrice che ha pubblicato con successo un ebook sulle rivolte in Tunisia e ha ora lanciato una nuova collana (Ping The World) dedicata proprio ai grandi temi di attualità affrontati in un’ottica più lenta e approfondita.

5) L’ascesa di twitter per il “real time reporting” è stata così importante da fare pensare al cambiamento della sezione Breaking News del Premio Pulitzer? Come consideri questa novità?

E’ una novità importante perché segna lo sdoganamento anche nelle “stanze del potere giornalistico” di una pratica giornalistica ormai inevitabile. Perché ha acquisito sempre più valore sia per i lettori che per i giornalisti. Il lavoro fatto da Andy Carvin per la copertura della Primavera Araba resta fondamentale per capire quanto questa pratica sia ormai diventata matura (anche molto andrà fatto ancora sul fronte della verifica delle informazioni durante il real-time reporting)

6) Una iniziativa come “Hacks Hackers” ideata da Aaron Pilhofer è ormai arrivata in Europa (Londra e Bruxelles). Quando arriverà in Italia? Nelle redazioni italiane che rapporto c’è tra giornalisti e sviluppatori?

Diciamo che per il momento non ci sono ancora molti programmatori interessati al giornalismo… Almeno non tanti quanti ne può contare il Nytimes o The Guardian (quest’ultimo ha di recente annunciato che licenzierà giornalisti, per assumere sempre più programmatori). Sono sicuro che ad una conferenza Hacks/Hackers in Italia si presenterebbero solo hacks e pochissimi hackers. Spero che il lancio di corsi come quello organizzato da Agorà Digitale (http://www.opendatajournalism.it/), aiuti a colmare questo divario.

7) Sei d’accordo con quanto afferma Paul Lewis del Guardian: “Si andrà verso un giornalismo sempre più finanziato dallo Stato, dalle fondazioni e dalla società civile. E sempre meno si guarderà al profitto”.

Beh, diciamo che il profitto non è mai stata la principale preoccupazione del giornalismo. Solo negli ultimi decenni c’è stato un fenomeno di concertazione che ha portato le testate a diventare media company che ragionano più come una corporation che come un’azienda di pubblico interesse. Da questo punto di vista, sono d’accordo con Lewis: la torta pubblicitaria (soprattutto in paesi a minoranza linguistica rispetto all’inglese come Italia, Francia, Spagna) non sarà mai abbastanza per finanziare il buon giornalismo. Serviranno ancora di più i sussidi di stato e quelli degli stessi lettori (l’acquisto in edicola dovrà trovare nuovi equivalenti online, come il paywall del Nytimes). Credo di meno, invece, nelle fondazioni per il semplice motivo che si tratta di una soluzione percorribile solo negli Stati Uniti (dove storicamente sono attive molte fondazioni super-partes, propense a finanziare l’informazione). In Europa, e in Italia in particolare, mancano simili figure.

3 risposte a “Refreshing journalism: intervista a Nicola Bruno

  1. ottima panoramica “futurista”, a cui vorrei aggiungere che (1) l’accoppiata accelerazione-rallentamento, coadiuvata da vari progetti di traduzioni e localizzazioni, porta infine a una contestualizzazione ben piu’ ampia e articolata nell’informazione, che e’ poi il senso stesso del giornalismo come servizio pubblico (e non come industria, di cui dovrebbe interessarci assai meno, perche’ questa ha avuto semrpe e avra’ alti e bassi, testate che spariscaono alte che ne arrivnao, ecc.); (2) insieme all’innesto di programmatori e altre tecnicalita’, si rende piu’ che necessaria (soprattuto in italia) una “media literacy” sia da parte degli utenti che dei produttori, sull’uso piu’ redditizio (e non l’abuso) dei tool collaborativi, sul creare valore aggiunto (e non rumore puro), sull’aggancio preciso al territorio e alla partecipazione concreta, e cio’ andrebbe favorito e incrementato ovunque/come possibile….

    del tutto comunque ne parleremo in un apposito panel al festival del giornalismo di perugia (25-29 aprile), anche con andy carvin in persona😉

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