Dentro l’inchiesta: intervista a Gerardo Adinolfi

Qual è lo stato dell’arte dell’inchiesta italiana? Quali declinazioni digitali potrà prendere il giornalismo narrativo? Che importanza hanno i dati nel giornalismo d’approfondimento? Queste sono solo alcune domande a cui ha risposto Gerardo Adinolfi, il giovane autore del libro Dentro l’inchiesta. L’Italia nelle indagini dei reporter (2010) edito da Edizioni della Sera. Potete trovare maggiori informazioni sul libro sul suo blog dentrolinchiesta.wordpress.com. Gerardo ha collaborato con Il fatto quotidiano e lavora attualmente a Firenze per La Repubblica. Ecco l’intervista:

1) Come definiresti il giornalismo d’inchiesta italiano? Quali sono le 
sue peculiarità?

E’ luogo comune che il giornalista d’inchiesta in Italia non esista, o non sia mai esistito. Si dice, per la mancanza di editori puri, per la “pigrizia dei giornalisti”, per la carenza di etica pubblica. Ma in realtà non è così. La storia recente e passata dell’Italia dimostra che il giornalismo d’inchiesta c’è, si è sviluppato fin dagli anni 50 ad oggi e, seppure con mezzi diversi, continua a essere vivo e seguito da una fetta ampia di popolazione. Fino a qualche anno fa, forse fino a quando i giornali si sono resi conto delle potenzialità della rete, sui giornali si facevano poche inchieste. E queste ultime trovavano spazio soprattutto nella saggistica (vedi Chiarelettere), nei programmi di nicchia (di nicchia per modo di dire, data l’ampiezza di pubblico) in tv (ReportPresa Diretta). E nei programmi di infotainment (come Le Iene) che uniscono l’intrattenimento all’inchiesta e all’informazione. Oggi l’inchiesta sta ritornando sui giornali. Basti pensare al nuovo portale lanciato da Repubblica.it, le “inchieste italiane” che è nato come strumento per il web ma che, dato che al lettore piaceva, ha trovato spazio anche sul cartaceo. Lo stesso vale per il Corriere.it, che ha aperto uno spazio di collaborazione con Report. Tutto sintomo di una rinnovata crescita e diffusione dell’inchiesta.

2) Esiste una tradizione narrativa del giornalismo Italiano?


Quello che più si avvicina al giornalismo narrativo, in Italia, a mio avviso, sono le inchieste raccontate attraverso i libri. Prendiamo ad esempio l’inchiesta Io clandestino a Lampedusa, di Fabrizio Gatti. Una delle migliori inchiste che siano state fatte in Italia e forse nel mondo. C’è differenza, però nel leggere lo stesso lavoro scritto dallo stesso autore sulle pagine de L’Espresso e nel libro “Bilal”. Nel primo caso l’inchiesta è più asciutta. Qualche dato, virgolettati, descrizioni secche e puntuali. Si arriva subito al dunque. Nel libro, invece, il giornalista ha la possibilità anche di “romanzare” l’inchiesta. Cioè di raccontare la notizia giornalistica descrivendo anche i contorni, i particolari, gli stati d’animo.E usando, a volte, gli artifici retorici della fiction applicati, però ad una storia vera.

3) Alberto Papuzzi nel suo libro “Professione Giornalista” fa una
 distinzione, ripresa anche da te,  tra inchiesta investigativa e 
inchiesta conoscitiva. Qual è più sviluppata in Italia?

L’inchiesta conoscitiva, che è quella che analizza non tanto un fatto specifico ma un fenomeno sociale, culturale, politico ha trovato la sua massima espressione in Italia soprattutto negli anni ’50 e ’60 in coincidenza con il boom economico. Ma è diffusa ancora oggi, basti pensare alle puntate che Report dedica al precariato, alla fuga dei giovani. L‘inchiesta investigativa è forse più complessa, più rischiosa. Non penso ci sia una predominanza di un tipo di inchiesta sull’altra ma entrambi camminano di pari passo.

4) L’Italia è un paese pieno di segreti e di misteri: fare giornalismo
 d’inchiesta significa perlopiù smascherare il mal costume e parlare di
 mafia e camorra o c’è anche posto per le buone notizie che raccontino 
l’innovazione e i casi di successo?

Fare inchiesta significa raccontare la realtà, in tutti suoi aspetti. Quindi non solo negativi. Le inchieste conoscitive sono quelle che più si adattano a raccontare l’innovazione e i casi di successo in relazione, magari, ad un fenomeno opposto come può essere il precariato giovanile. Certo, a volte parlare di mafia e camorra può essere addirittura più semplice che cercare di raccontare storie “buone”.

5) Quanto sono importanti i dati per un’inchiesta? Pensi che il Data
 Journalism possa rappresentare un’ampia risorsa?

Il Data journalism è una risorsa da non sottovalutare. L’inchiesta si basa sui dati, altrimenti sarebbe una semplice storia. Per raccontare un fenomeno in tutti i suoi aspetti bisogna partire da un dato che ci dica l’ampiezza dello stesso fenomeno. La creazione di banche dati virtuali, ora anche da parte del governo, è uno strumento importante perché permette di accedere a dati prima chiusi sottochiave dalla burocrazia. D’altronde nella storia del giornalismo esistono inchieste costruite e nate esclusivamente dai dati. Come la storia che racconto in “Dentro l’inchiesta”, dell’inglese Stephen Gray che seduto al suo pc riuscì a svelare uno dei segreti della Cia. Analizzando e studiando per mesi con un programma di elaborazione da lui creato i dati dei cosiddetti flight logs, i voli civili che erano tutti disponibili sul web scoprì che la cia utilizzava voli civili per deportare soggetti da interrogare con torture in carceri segreti.

6) Quali reporter italiani ritieni siano da segnalare come
 particolarmente meritevoli?

Oggi Fabrizio Gatti, perché ha fatto suo un genere difficile di giornalismo d’inchiesta come l’inside story. Gatti diventa parte della storia che vuole raccontare. Come nel caso di Io clandestino a Lampedusa, o Io schiavo in Puglia in cui ha vestito materialmente i panni di un clandestino. Giuseppe D’Avanzo, che oggi tutti ricordano per le 10 domande a Berlusconi ma che è stato uno dei maggiori giornalisti d’inchiesta italiani, da Gladio a Abu Omar, dal nigergate a Telekom Serbia. Milena Gabanelli e tutta la squadra di Report, ogni loro puntata è un pugno allo stomaco. Così come Riccardo Iacona e i giornalisti di Presa Diretta. Bravi giornalisti, ma soprattutto brave persone.

7) Oltreoceano stanno nascendo nuove iniziative per distribuire e 
leggere le singole inchieste e reportage (long-form journalism) su 
dispositivi mobili come ereader e tablet (es. di ProPublica che
 pubblica ebook),  pensi che il giornalismo italiano sia pronto a
 questi nuovi canali?

A mio avviso non è ancora pronto. In Italia ora stiamo scoprendo le potenzialità di Internet e dell’inchiesta in rete. Ci sono stati esperimenti di crowdfounding come spotus.it ma non sono mai decollati. Il lettore italiano ancora non è pronto del tutto. Ma lo diventerà a breve.

Una risposta a “Dentro l’inchiesta: intervista a Gerardo Adinolfi

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