Fabrizio Gatti su Lampedusa

Escono questa settimana due pezzi di giornalismo narrativo sulle due più importante riviste di approfondimento italiane: L’Espresso e Internazionale, dedicati agli sbarchi a Lampedusa. Sul primo Fabrizio Gatti scrive “La prigione dei bambini“, sul secondo la traduzione di un pezzo uscito su Newsweek di Barbie Latza Nadeau intitolato “Estate di sbarchi a Lampedusa“.

Fabrizio Gatti ha dedicato molto del suo giornalismo all’immigrazione ed è arrivato a raccontare questo argomento attraverso l’inside story, infiltrandosi con diverse identità e captando, come nessun altro le sensazioni e gli umori degli immigrati. Io, clandestino a Lampedusa, scritto e pubblicato nel 2005, è appunto l’inchiesta con la quale Gatti si è finto immigrato e ha raccontato una settimana dall’interno del Cpt.

Un nome inventato e un tuffo in mare. Non serve altro per essere rinchiusi nel centro per immigrati di Lampedusa. Basta fingersi clandestino e in poco tempo ci si ritrova nella gabbia dove ogni anno migliaia di persone finiscono il loro viaggio e dove nessun osservatore o giornalista può entrare.

Gatti ritorna dopo 6 anni sull’argomento con “La prigione dei bambini“, un servizio non lunghissimo (circa 2500 parole) formato da una introduzione e una parte in forma di diario, proprio come nel 2005, sulla sua permanenza avvenuta dal 23 al 29 agosto.

La maestria di questo giornalista nel mescolare fatti, dati e uno stile narrativo asciutto è esemplare:

Chideria e i suoi genitori vengono finalmente trasferiti. Vanno ad Agrigento, ma in centri di accoglienza separati: mamma e figlia da una parte, papà da un’altra. La mamma, 27 anni, in Libia lavorava come addetta alle pulizie. Il papà, 35, in un autolavaggio. Hanno preso il largo la notte tra il 28 e il 29 luglio. Sono quasi in 500 alla partenza. Arrivano in 370: 317 uomini, 44 donne, 9 bambini. I sopravvissuti raccontano che molti bimbi e molte donne sono morti di fame e di sete. Almeno cento. Rivelano anche di due passeggeri che a forza di bere acqua di mare sono stati presi dai gin, gli spiriti del deserto. E sono diventati aggressivi. Picchiavano i compagni di viaggio, volevano buttare in acqua i bambini. Alcuni uomini li hanno legati e lanciati in mare.

Io, clandestino a Lampedusa” si presta ottimamente alla pubblicazione digitale con l’arricchimento multimediale e multiforme. Per ora non ci resta che leggerlo con Instapaper o Read it Later, peccato però che sia pubblicato su più pagine web.

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